Mozambico: la storia si ripete

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Il Mozambico, Paese simbolo della stagione della decolonizzazione dall’ex impero portoghese, sta scivolando di ora in ora in una spirale di violenze e caos costata la vita a migliaia di persone. Le fonti che operano sul campo hanno reso noto che, dal 24 marzo scorso, l’offensiva del gruppo Ahlu al Sunna wa al Jamaa legato alle formazioni dei terroristi islamici Al Shabaab, ha causato migliaia di morti e l’esodo forzato di un milione di individui. La città maggiormente colpita è quella di Palma ed il porto di Mocimboa da Praia, cadute nelle mani degli assedianti che hanno completamente devastato le località commettendo atrocità di ogni tipo e determinando una fuga precipitosa verso la città di Pemba che ora si trova in piena emergenza umanitaria, priva di aiuti adeguati da parte del Governo centrale.

La regione epicentro di questa carneficina è quella situata all’estremità settentrionale del Paese, al confine con la Tanzania, denominata Capo Delgado. Una provincia poverissima, diventata negli ultimi anni una sorta di Eldorado, grazie alla scoperta di un giacimento di gas naturale (secondo le stime secondo solo a quello del Qatar) e di ingenti quantità di pietre preziose. Un’immensa risorsa che, come spesso avviene in Africa, non ha migliorato le condizioni della popolazione locale, anzi ha amplificato ancor di più le diseguaglianze economiche, determinando lo scontento delle comunità locali.

Il Governo di Maputo infatti ha assegnato lo sfruttamento delle risorse naturali della zona alla multinazionale francese dell’energia Total, che nella penisola di Afungi ha costruito un impianto di sfruttamento coadiuvata anche dalle imprese italiane Saipem e Bonatti. Un affare da oltre 150 miliardi di dollari che vede coinvolte anche l’ENI e l’Exxonmobil, che sta facendo detonare questa regione da sempre marginalizzata che si è vista spogliare delle ricchezze del sottosuolo appena scoperte, dopo la decisione delle autorità centrali di dare in concessione a società private straniere intere porzioni di territorio, evacuando con la forza migliaia di persone, alcune delle quali sono entrate nell’orbita delle formazioni terroristiche islamiste. In risposta agli attacchi le multinazionali hanno deciso l’evacuazione della maggior parte del personale, assoldando altresì dei contractors per proteggere gli impianti e sigillare i porti dove avviene l’esportazione delle risorse. Una strategia che ha avuto il plauso del Governo di Maputo che, nonostante sia ancora legato al movimento di liberazione FRELIMO, padre del Mozambico moderno dopo la liberazione dal giogo di Lisbona, ha concesso ad unità dell’esercito portoghese di recarsi sul campo, gettando benzina sul fuoco in un contesto già di per sé esplosivo.

Diversa invece l’opera di mediazione che stanno conducendo le associazioni umanitarie, alcune delle quali legate alla Comunità di Sant’Egidio, protagonista della storica pacificazione del Paese siglata nel 1992 dopo 17 anni di guerra civile.

Sono queste strutture che stanno fornendo un minimo di accoglienza di base alle migliaia di persone sfollate che sempre più copiose stanno scappando verso sud dalle foreste dove si erano rifugiate.

Tra i religiosi impegnati nell’opera di sostegno della popolazione c’è padre Ricardo Marques che in un’intervista al sito della Santa Sede Vatican News, ha ammonito che “con questa escalation di violenza si stanno riaccendendo vecchi rancori e noi missionari non possiamo far cadere nell’oblio quello che sta avvenendo. È necessario un intervento urgente, prima che sia troppo tardi. Mi appello quindi alle autorità e alle persone di buona volontà affinché si trovi presto una soluzione che metta fine a questa guerra devastante”. Un auspicio che rischia di essere disatteso, come tristemente ci insegna la storia dei territori africani ricchi di risorse naturali concesse alle multinazionali.

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