Politically correct, non si sa più se ridere o piangere

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Sempre più casi di intolleranza in nome della libertà di espressione.

Da circa un anno l’opinione pubblica mondiale non parla altro che di Covid 19 e delle sue drammatiche ripercussioni sull’intero globo, ma un’altra epidemia, anche se non fa morti, ha colpito l’umanità da almeno trent’anni per la quale ancora non si è trovata la cura efficace; ci riferiamo al cosiddetto politically correct, che chiameremo per semplificare solamente politically.

Nato per il rispetto verso le persone di qualsiasi razza, credo religioso o propensione sessuale in ogni aspetto della società, ben presto, questa visione è stata sopraffatta dal “politichese corretto”, una specie di dittatura di massa che sceglie, in totale arbitrio, ciò che è giusto e ciò che non lo è, senza il buon senso che dovrebbe essere la misura con il quale valutare e, nonostante il rischio del ridicolo, prende tutto alla lettera, senza valutare i contesti in cui si manifestano, ma sa solo giudicare.

È stata recentemente prodotta negli Usa una serie televisiva di grande successo che racconta le indagini dell’investigatore ‘Luther’, interpretato dal bravo Idris Elba, attore di colore che dimostra tutta la sua professionalità insieme al fascino del personaggio.

Dunque, nulla di meglio; i parametri del politically dovrebbero ritenersi tutti rispettati; e invece no, sono arrivate alla produzione pressioni perché il personaggio, essendo nero, dovrebbe riflettere la sua cultura afro-americana, mentre i suoi amici sono tutti bianchi, compresa la fidanzata; e inoltre non frequenta ambienti neri, ma la cosa più grave è che non mangia cibo caraibico, dunque, non è un autentico afro-americano.

Sembra di stare sul classico “Scherzi a parte”, per l’assurdità delle critiche, ma così non è. Lo sceneggiatore si è dovuto giustificare affermando che ha voluto descrivere un personaggio fuori dagli schemi convenzionali dando valore alla persona e non alla razza. “Sarebbe stato un atto di arroganza – ha provato a difendersi – provare a scrivere un personaggio nero”; ma è stato inutile.

Tutta la serie è stata riscritta e Luther, essendo nero, vivrà nel suo ambiente con tutti gli stereotipi della propria razza che a parole si vorrebbero abbattere.

Veniamo in Italia. Due personaggi famosi come Gerry Scotti e Michelle Hunziker, durante la presentazione di un servizio di Striscia la Notizia sulle comunità cinesi in Italia, sono stati duramente contestati non solo dai cinesi, ma anche da molti italiani sui social, per aver allungato con le dita gli occhi alla maniera asiatica e come, se ciò non bastasse, per aver ironizzato sul modo di parlare italiano dei ‘figli del Dragone’.

Apriti cielo, da una cosa scherzosa che non meriterebbe neanche di essere citata, se ne è fatto un caso; tanto che in una intervista al Corriere della Sera i due protagonisti hanno fatto ammenda, manifestato tutto il loro rincrescimento e si sono scusati per l’accaduto, sottolineando la loro buona fede e che non volevano assolutamente offendere nessuno. Tutto in barba al diritto di satira.

Per un’altra storia semiseria ci spostiamo a Bruxelles.

Per dimostrare di essere anche loro perfettamente in linea con il politically correct ecco la genialata della Commissione europea.

Nel presentare il piano del futuro Next Generation che riguarda tutti noi abitanti del vecchio Continente, hanno pensato bene di rappresentarci con un giovane uomo di origini africane con un bambino in braccio, anch’esso di colore, avendo in mano la bandiera dell’Ue.

Alle tante contestazioni sui social di chi, come europeo, non si sente rappresentato da persone lontane dai nostri caratteri somatici e dalla nostra cultura, la Commissione ha risposto con supponenza risentita: “Siamo rattristati – hanno affermato – nel vedere una serie di reazioni negative basate sul colore della pelle del padre e del bambino raffigurati in questo post. La società europea è diversificata”.

Alla proposta di buon senso di inserire ugualmente l’uomo con il bambino di colore, ma in un contesto fotografico più ampio, insieme ad altre etnie che ormai abitano la nostra Europa, compresa pure, ci permettiamo di sottolineare, quella bianca, la risposta è stata a dir poco curiosa: “Non tolleriamo commenti razzisti o xenofobi sulla nostra pagina”, alla faccia del dibattito e del confronto di idee.

C’è poi ancora il caso della cosiddetta poetessa afro-americana Amanda Gorman, esaltata neanche fosse Emily Dickinson, che ha suscitato molte perplessità non sulle sue presunte poesie, ma sul caso della loro traduzione.

L’olandese Marieke Lucas Rijneveld ha dovuto rinunciare a tradurle per l’editore Meulenhoff a causa di una surreale contestazione innescata da una certa Janice Deul, attivista per ii diritti dei neri, almeno così è stata presentata, dello Suriname, un piccolo Stato tra la Guyana francese e il Brasile, ma ripresa da tutti i media internazionali.

La tesi, se così possiamo definirla, della signora Deul è la seguente: “Come può una donna non nera, addirittura bianca, trasferire in un’altra lingua esperienze che non ha vissuto? Non sarebbe stato più opportuno scegliere una scrittrice afro-olandese?”

Dunque, seguendo questo ragionamento, per rendere credibile, ad esempio, il romanzo di Moby Dick bisognava, per assurdo, farlo scrivere come conseguenza logica direttamente ad una balena? Stando dietro queste incongruenze, molte storiche traduzioni dovrebbero andare al macero, nonostante la propaganda della libertà di scrivere di leggere.

Un po’ come è capitato anche al celebre cartoon dei Simpson.

Tra i tanti personaggi divertenti della serie televisiva c’è, da quasi vent’anni, il personaggio di Apu che nella sceneggiatura è un indiano ormai naturalizzato americano.

A dargli la voce è l’attore Hank Azaria che ha reso il personaggio assai divertente, utilizzando un accento particolare esasperandone il modo di parlare, un po’ come per noi italiani quando vengono rappresentati gli italo-americani.

È ovviamente un cartoon, per di più volutamente dissacrante, una particolarità che lo ha reso celebre in tutto il mondo, ma niente da fare.

Alcuni membri della comunità indiana, dopo vent’anni dalla messa in onda televisiva, hanno preso coscienza di essere stati offesi e presi in giro per quel tipo di pronuncia che ha dato di loro: “Una immagine fortemente stereotipata e potenzialmente offensiva della comunità indiana “. Questa, in breve, l’accusa alla serie televisiva.

Non ci crederete, ma il povero Hank ha lasciato, sotto le pressioni dell’opinione pubblica indiana, la serie televisiva, non solo, ma ha chiesto anche perdono perché secondo lui i Simpson hanno contribuito al “razzismo strutturale” e ha pure chiesto scusa “a ogni singola persona indiana” per aver interpretato quel ruolo, pronto a riconoscere le sue responsabilità sulle “conseguenze negative” che possono esserne derivate come –  ma questo lo diciamo noi – essere cancellato come attore da qualsiasi programma televisivo.

John Cleese, interprete inglese noto per i suoi ruoli in “Monty Python” ha preso in giro le scuse di Azaria twittando ironicamente: “Non volendo essere superato da Hank Azaria vorrei scusarmi a nome di Monty Python per tutti gli sketch dove abbiamo preso in giro gli inglesi bianchi. Ci scusiamo per l’angoscia che possiamo aver causato.”

Prendiamola con un po’ di ironia, ma la questione comincia a diventare pesante ne va della nostra tanto amata libertà di pensiero. Forse dobbiamo correre ai ripari con una vaccinazione morale a tappeto di sano buon senso

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