Una politica in ritardo e in affanno

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La grande emergenza del paese, l’azione del governo, il balbettio tra i partiti

Settimana dopo settimana, mese dopo mese, il governo Draghi comincia a dispiegare i suoi effetti in attuazione del programma e dei piani di rilievo europeo per riavviare il Paese ancora attanagliato dalle misure di emergenza dovute alla pandemia, in un precario equilibrio non del mandato ricevuto e dell’ampio consenso parlamentare ma per la situazione di confusione che regna nell’agone politico, dove tutto è in movimento, ma dove obiettivi e scenari non sono chiari a nessuno e questo sia a chi sostiene l’esecutivo sia in chi è all’opposizione.

I dati, tuttavia, sono chiari. La pandemia è ancora compagnia di strada, le vaccinazioni affannosamente continuano e costituiscono a detta di tutti la cartina di tornasole per un dopo “normale”, non un ritorno ma una ripresa dal dove eravamo rimasti oltre un anno fa. Dunque l’emergenza sanitaria prosegue e va affrontata senza incertezze. Accanto a questa però esiste l’altra e strutturale emergenza: quella di un paese frenato dallo stato di crisi sanitaria, ma già da almeno due decenni ed oltre, rallentato dalle pastoie politiche, economiche, infrastrutturali ereditate dal passato, dalla fine dei blocchi e dall’implosione della vecchia politica senza che una “nuova” sia riuscita ad affacciarsi considerando il sostanziale fallimento di chi ci ha provato.

Se l’emergenza rimane dunque e se va gestita, il resto va governato senza se e senza ma. Quello al quale però assistiamo non collima con quanto analizzato. Il sostegno al governo sulle linee guida non è in discussione da parte di nessuno (tranne Fratelli d’Italia che pure si richiama alla responsabilità nazionale) e tuttavia poiché come si sa bene “il diavolo si nasconde nei dettagli”, non passa giorno che al centro e in periferia non si manifesti qualche esigenza specifica, qualche particolarismo sostenuto da forti pressioni che inevitabilmente rischia di mettere in discussione il tessuto di insieme che il premier deve riuscire a portare a compimento per presentare il Piano nazionale di resilienza e rinascita all’Europa ed avere l’agognato accesso agli importanti fondi stanziati per il nostro paese.

L’impressione però che si avverte è quella che mirabile appariva in un simpatico film della commedia all’italiana del dopoguerra, quell’ “Arrivano i dollari” che vedeva i membri a vario titolo di una famiglia della provincia profonda italiana degli anni cinquanta alle prese con l’eredità di un mitico “zio Arduino” emigrato in America divenuto miliardario e che defunto aveva lasciato il patrimonio ai nipoti e tra essi a quelli che maggiormente lo meritavano. Spassosa la corsa ad ingraziarsi un notaio che in realtà era la vedova, pur di mettere le mani sul “malloppo”. Scenette esilaranti ed amare che riportate a noi fanno apparire il palcoscenico per quello che è.

Non è infatti un mistero che le linee guida sulla cui base le risorse verranno distribuite ai territori partono e si basano su criteri chiari e certi. Meno chiaro e meno certo è quello che ogni regione, ogni ente locale proverà a chiedere e ottenere. E’ qui che si giocano i risultati veri e la profonda mutazione che il sistema Italia dovrà subire per lasciare le rive sciagurate della pandemia e dello stallo in cui si trova. E’ qui che si misura la barra diritta che il premier ed il governo devono tenere incuranti del brusio di fondo e del balbettio politico “pro domo …..”. Se questa barra sarà stabile il risultato sarà positivo per tutti. Se subirà i marosi e vedrà allontanarsi le rive positive, il danno sarà lo stesso eguale per tutti.

Le parole che tutti usano parlano di far ripartire la locomotiva nazionale al centro nord e di creare finalmente le condizioni perché il sud esca dal ritardo e dalle difficoltà inestricabili che ne hanno segnato l’evoluzione per troppo tempo mettendone in crisi le potenzialità che non sono solo industriali, ma che in un’industria florida può porre le basi del riscatto. Come ottenere questo senza ripetere gli errori dei finanziamenti a pioggia e di quelli destinati a calmare questo o quel territorio, questo o quel leader locale. Vecchi ricordi di vecchia politica ma che la politica nuova non può ripetere pena lo sfacelo definitivo e non molto lontano se non si corre ai ripari.

Altro errore da evitare, lo dice l’esperienza, quello di pensare a vie giudiziarie per ottenere quanto spetta, per colpire l’avversario e indebolirlo in un gioco al massacro che può colpire tutti e che sembra duro a morire. E questo nell’assoluto rispetto del lavoro della magistratura che deve fare il suo corso ma senza pressioni e logiche ambientali per così dire.

Quanto abbiamo davanti in questa convulsa stagione non dà molte garanzie e a sostenerci può essere solo la speranza che il meglio riesca a prevalere. Ma se il governo si impegna a governare, la politica deve lasciare il terreno degli scontri, degli appostamenti, dei trappoloni, delle vendette a scoppio ritardato, per partecipare in modo coerente e responsabile allo sforzo richiesto agli italiani che aspettano solo di poter lavorare, lavorare bene e garantiti, produrre nuova ricchezza e rimettere in piedi il paese come merita e come tutti (tranne i decrescitori felici) attendono e questo non da oggi ma da anni, troppi!         

E’ la politica ad essere in ritardo e in affanno, non il governo a voler essere dirigista. E’ ora di rovesciare questa logica che non permette di amministrare bene il paese perché ne imbriglia e ne vanifica ogni sforzo individuale e corale! Ognuno deve fare il proprio lavoro e non occuparsi di quello degli altri se non per non invaderne i confini e rispettarne le prerogative! Non è una scommessa al rialzo, ma un dovere di tutti e per tutti!

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