Etiopia-Egitto: la sfida dell’acqua

 -  - 


Lo scorso 6 marzo il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi si è recato in visita ufficiale a Khartoum dove ha incontrato il suo omologo sudanese Abdel Fattah al-Burhan. Un incontro storico, il primo del leader egiziano in Sudan dalla caduta del dittatore Omar al-Bashir avvenuta nell’aprile 2019. Al centro dei colloqui c’è stato il tema della costruzione della diga sul fiume Nilo denominata GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam), la più grande struttura per la produzione di energia idro-elettrica dell’intero Continente Africano. Un progetto affidato all’impresa di costruzioni italiana Salini cominciato nel 2011 e che il prossimo luglio dovrebbe giungere al termine con il riempimento del bacino nella sua interezza, consentendo la produzione di 6000 megawatt di elettricità. Una rivoluzione per l’Etiopia, Paese in cui la metà della popolazione non ha accesso ad alcuna forma di energia elettrica.

I desideri di Addis Abeba, come era inevitabile, si stanno scontrando con le esigenze del Cairo che, se il progetto andasse in porto, si vedrebbe privato di una notevole quantità d’acqua che attraverso il Nilo rappresenta l’arteria vitale di tutto il Paese. Per questo il generale egiziano ha rotto gli indugi e, recandosi in Sudan, ha cercato di ricucire i rapporti con nuovo Governo di Khartoum dopo anni di incomprensioni reciproche dovute a dispute risalenti al periodo coloniale. Ed è proprio in virtù di due trattati risalenti alla dominazione britannica che l’Egitto fa affidamento per impedire il completamento dell’opera o perlomeno per fermare l’allagamento completo del bacino.

Secondo i documenti d’intesa siglati nel 1929 e nel 1959 al Paese dei Faraoni sarebbero spettati 55,5 miliardi di metri cubi d’acqua, mentre il Sudan ne avrebbe usufruito per un volume pari a 18 miliardi di meri cubi. Una ripartizione che ha escluso l’Etiopia per oltre mezzo secolo dalla possibilità di gestire a proprio vantaggio l’inestimabile risorsa. Una più equa spartizione delle risorse idriche è chiesta da decenni anche da altri Paesi dell’area che ambiscono ad uno sfruttamento delle acque del Nilo Azzurro che nasce in Etiopia a 15 chilometri dal confine sudanese.

La costruzione della nuova diga ha subito un’accelerazione dalla nomina a Premier del Paese di Ably Ahmed Ali nel 2018. Un uomo politico più capace e stimato dalla popolazione rispetto ai suoi predecessori che ha saputo creare le condizioni per una pace con l’Eritrea che gli è valsa il Nobel della Pace nel 2019. Ora la sua sfida è la modernizzazione di un Paese estremamente arretrato ma che, grazie alle sue risorse naturali e alla costruzione di infrastrutture per il loro sfruttamento, finalmente in grado di compiere un cambio di passo, anche a costo di sfidare poteri consolidati.

Nella partita per la spartizione delle acque del Nilo non sono solo gli attori regionali a far sentire la propria voce.  Sulla vicenda della costruzione della diga è stata chiesta dall’Egitto la mediazione delle potenze globali a cominciare dagli Stati Uniti che, dopo la stagione autoreferenziale di Donald Trump, hanno deciso di tornare a giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo del Continente Africano. Altrettanto importante è l’intervento atteso da parte dell’Unione Europea e dell’Unione Africana, quest’ultimo unico organismo riconosciuto dall’Etiopia per mediare il contenzioso.

Una sfida che potrebbe dunque riplasmare l’immensa regione che va dal Corno d’Africa alle coste del Mediterraneo, perché le cosiddette guerre per l’acqua saranno il leitmotiv del prossimo mezzo secolo, soprattutto in quelle aree del Pianeta che stanno maggiormente accusando gli effetti del cambiamento climatico.

2 recommended
bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.