Antidoto

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Il termine scelto, come in molti altri casi, parte dal suo significato letterale per poi espandersi ai possibili utilizzi conosciuti nel tempo e a particolari forme della quali è stato declinato nei vari ambiti del sapere e del linguaggio in genere. Dunque, parliamo di antidoto. Il vocabolo deriva dal greco e nel latino risulta con la stessa pronuncia come poi in italiano. Nell’antica Grecia la parola indicava insieme al sottinteso “farmacon” (ovvero il medicinale) qualcosa che viene “dato contro” ovvero l’unione di “anti” (contro) e “doto” (nel senso di “datum”).  In questa accezione essa indica in genere il medicamento che neutralizza l’azione di un veleno nell’organismo, sia agendo direttamente sul veleno stesso (possono esservi antidoti chimici o chimico fisici, pensiamo al latte, all’acqua albuminosa, e così via) sia determinando una reazione fisiologica opposta a quella provocata dal veleno (in questo caso si definiscono farmacodinamici o antagoniati). Seguendo il dizionario rientrano nel novero degli antidoti in senso stretto le sostanze che a livello gastrico assorbono i veleni (caolino, carbone animale o vegetale, ecc.) e a livello ematico neutralizzano le tossine endogene (per es., gli alcalini in caso di chetoacidosi diabetica), i sieri immunizzanti (antiofidico, antidifterico e altri), il dimercaptopropanolo (BAL) negli avvelenamenti arsenicali, i chelanti negli avvelenamenti da metalli pesanti.

Lasciando la chimica e la fisica, per estensione sia logica sia pratica, poi si suole intendere il rimedio a qualcosa in generale. Ed è con questo secondo significato che formuliamo la nostra riflessione. Il cammino della politica in questi anni recenti ma non solo è apparso solo e soltanto dedicato al contro, all’anti, incurante dell’analisi sociale e politica che della politica sarebbe l’alimento principale portando a una condizione di dibattito pubblico segnata soltanto da scontro, diverbio, antagonismo tanto esasperato da rasentare il fanatismo e tutte le possibili degenerazioni.

Anche le ultime vicende legate ad una ricorrenza mondiale e nazionale come il “Primo Maggio” hanno mostrato chiaramente l’assenza di ogni sforzo analitico e serio di superare questa dinamica dannosa per il paese e per coloro che continuano a prestarvisi. Non molti decenni fa uscì una pubblicità dedicata ad un’auto (non è stato il solo caso, ma è illuminante) che veniva indicata come concorrente diretta di un’altra, quindi una pubblicità non positiva ma negativa verso l’altro modello. Una pubblicità che non fece la fortuna dell’auto che si voleva proporre non riuscendo per vari motivi a tenere il confronto con l’antagonista. Quel che ci accade intorno mostra in tutta evidenza che siamo ancora mentalmente a quel livello e questo non è un buon sintomo di democrazia matura. Soprattutto perché un’occasione da dedicare al diritto dovere del lavoro non dovrebbe essere luogo nel quale si dibattono problemi altri a meno di non voler stiracchiare al limite ogni tessuto di confronto. Quanto accaduto dunque mostra come lo stato della situazione sia dolorosamente sofferente e l’unico risultato, lontano dall’occasione della ricorrenza sia stato quello di far pubblicità al “concertone” cosiddetto e dunque a qualcosa di spettacolare e non di politico in senso stretto. Un risultato ben misero se rapportato al valore che il Primo Maggio ha sempre avuto nella storia del popolo italiano quale momento topico per dare voce ai problemi e alle questioni che toccano il mondo del lavoro e la società nel suo insieme.

Il perdersi dunque in questioni tanto importanti quanto degne di essere affrontate in altri contesti e soprattutto con interlocutori più adeguati (con tutto il rispetto delle opinioni di ognuno) mostra la tesi di partenza. Oggi più che mai c’è bisogno di un cambiamento e per così dire di inoculare un antidoto capace di salvare il corpo e di tonificare l’anima. Passare intere giornate a discettare su affermazioni personali alla ricerca però del consenso e di un consenso facile per alcuni, meno per altri, e soprattutto  per dare smalto e visibilità a doti di altro genere ma poco evidenti, non è stata una bella pagina, condita anche dalle polemiche contro l’ente radiotelevisivo pubblico attaccando il quale si ha la certezza del ritorno mediatico come il richiamo a presunte censure che sarebbero state esercitate per limitare temi ed interventi. Un comodo strumento per farsi pubblicità e apparire a spese di qualcun altro. Una pessima pagina che in primis i sindacati avrebbero dovuto condannare richiamandosi al valore vero della giornata di festa e a quello che essa ha sempre significato nel corso dei decenni e che in un momento tanto difficile per il lavoro avrebbe dovuto puntare proprio su questo cruciale argomento politico e sociale. Ma tant’è, quel che è fatto è fatto e si è persa una occasione fondamentale nell’anno del PNRR e dei suoi risvolti previsti, auspicati, e indicati sull’intero sistema del lavoro.

Invece il Primo Maggio 2021 sarà ricordato soprattutto per le affermazioni di qualcuno che avrebbe dovuto fare altro essendo invitato all’evento per le sue specifiche “competenze”. Tanto di cappello, dunque, per essere riuscito a concentrare l’attenzione su di sé e non sul problema pur delicato del quale si è fatto improvvido sostenitore. 

E allora, l’antidoto di cui si parla sarebbe quello di dare un senso a quello che si dice, parlare nel contesto in cui si è dei problemi che ad esso si riferiscono e non cercare palcoscenici, trampolini o sgabelli per altre finalità!

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