Afghanistan: la strage delle ragazze

 -  - 


Donne, studentesse, hazara. Si aggrava di ora in ora il bilancio della strage avvenuta sabato scorso in un quartiere periferico di Kabul davanti alla scuola superiore femminile Sayed Ul-Shuhada. Le stime diffuse dalle autorità ufficiali parlano di almeno trenta persone uccise ed oltre 150 rimaste contuse, ma fonti giornalistiche presenti sul posto hanno reso noto che i morti sarebbero non meno di 70 mentre i feriti, alcuni ricoverati in gravissime condizioni negli ospedali cittadini e nelle strutture messe a disposizione dalle organizzazioni umanitarie, sarebbero oltre 300.

Un attentato che ha colpito il futuro dell’Afghanistan, Paese scosso da 20 anni di conflitto tra le formazioni talebane e gli eserciti della NATO, presenti sul territorio dall’inverno 2001, quando l’allora Presidente George W. Bush decise l’invio dell’esercito americano in risposta agli attacchi dell’11 settembre.

Da allora due decenni di guerra civile, costata la vita ad oltre 150mila persone e che ha portato alla creazione di un’entità statale che di fatto controlla a malapena la capitale e alcune delle altre città. Le zone rurali, infatti, non si sono mai piegate agli eserciti stranieri, continuando di fatto a sostenere le milizie talebane che ora si apprestano ad ingaggiare lo scontro finale con le autorità centrali, dopo la decisione della nuova amministrazione americana di abbandonare il Paese entro il prossimo settembre.

Un accordo stipulato a Doha in Qatar lo scorso febbraio e fortemente criticato da una parte degli stessi vertici militari occidentali che operano nel Paese. Secondo i veterani presenti sul campo infatti il Governo di Kabul sarebbe del tutto impreparato a garantire le minime condizioni di sicurezza alla popolazione civile, lasciando alla mercè degli studenti combattenti delle madrase il controllo del territorio. L’attentato di sabato rappresenta dunque solo un tragico antipasto di quello che potrebbe diventare l’Afghanistan dopo il ritiro delle forze NATO.

Nonostante le smentite dei vertici talebani che hanno negato dirette responsabilità nella carneficina, questi ultimi si sono sempre rifiutati di riconoscere il diritto alle donne di intraprendere un percorso di studio, soprattutto se appartenenti all’etnia hazara di religione sciita, considerata una casta inferiore dall’etnia maggioritaria dei pashtun di credo sunnita.

Ancor più sprezzante è l’atteggiamento nei confronti degli hazara tenuto dalle formazioni combattenti legate allo Stato Islamico che controllano alcune aree occidentali al confine con il Pakistan. Con il ritiro dei 3500 militari occidentali, di cui 850 italiani, sarebbe di nuovo Islamabad ad esercitare un’influenza determinante sul destino del popolo afghano, come ha dimostrato la storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla fallimentare invasione dell’esercito di Mosca del 1979 fino alla creazione, con il consenso degli Stati Uniti, delle stesse formazioni talebane in funzione anti sovietica. Studenti che hanno intrapreso il proprio percorso d’indottrinamento proprio in Pakistan, terra nella quale hanno ancora radici profonde, come dimostra la rete di copertura di cui ha goduto Osama Bin Laden, ucciso nel maggio di dieci anni fa ad Abbottabad città situata a nord della capitale Islamabad.

Aldilà delle reazioni di plauso della maggior parte dei leader politici mondiali riguardo la decisione di ritirare le truppe NATO dall’Afghanistan, la drammatica situazione in cui potrebbe sprofondare di nuovo il Paese ha fatto indignare chi per la libertà di quella terra ha combattuto sul campo.

Il Generale Giorgio Battisti, veterano del conflitto afghano, ha affermato il suo disappunto sull’abbandono delle operazioni militari alleate nel Paese “i nostri soldati, ha affermato l’alto ufficiale, per quale motivo hanno combattuto e sono morti se non siamo riusciti a terminare il lavoro?” Un interrogativo destinato a riverberarsi soprattutto dopo la strage delle studentesse hazara.

2 recommended
bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.