Riapertura

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E il vocabolo del momento, una sorta di mantra che tutti vorrebbero agitare per ottenere il rispetto delle libertà e dei diritti dell’uomo e del cittadino, conculcati per alcuni limitati per altri. E intorno sono fioccati e fioccano i racconti, i retroscena, le ricostruzioni anche le più fantasiose. Oggi che di riapertura e di riaperture si parla sembra quasi un passaggio salvifico da tutte le iatture.

La lettura che occorre fare è molto più ragionevole e ragionata. Abbiamo visto limitati e fortemente ridotti i nostri diritti di libertà ed ora ne vogliamo il pieno godimento. La risposta più semplice è sì, assolutamente. La nostra libertà di movimento è stata limitata nello spazio e nel tempo da quasi un anno e mezzo, nessuno di noi ha potuto pur nella sua ed altrui sicurezza muoversi secondo le regole di un paese democratico in cui la limitazione è l’eccezione che conferma la norma,  cioè il diritto alle libertà e ai diritti. Quindi senza dubbio alcuno i nostri diritti sono stati limitati e fortemente come mai dalla fine della guerra settant’anni fa.

Perché questo è avvenuto, come mai è stato possibile? La risposta è altrettanto chiara: si è ritenuto per molti versi a ragione che una limitazione generale e generalizzata potesse contribuire al contenimento prima e alla definitiva battaglia contro la pandemia. Alcuni fenomeni di protesta e alcune irragionevoli azioni di alcuni, molto limitate sono state indicative del rischio più ampio. Che tutto questo sia avvenuto per via amministrativa è cosa assai discutibile, pur comprendendone e condividendone il valore pratico. E che questo sia avvenuto in modo ragionieristico e poco lungimirante non fidando nella capacità dei cittadini di autolimitarsi è altrettanto vero. La proclamazione dello stato d’emergenza per ragioni sanitarie ha certamente avuto il suo senso per poter assumere quelle iniziative ritenute doverose e necessarie soprattutto nella fase nera e più oscura della pandemia. Ma l’unico richiamo che si è voluto fare è stato quello alla prudenza e alla autolimitazione, tuttavia indotta e rafforzata dalla previsione di sanzioni. Una prova negativa del tessuto paese? Certamente non una bell’esempio di solidale e convinta azione corale di tutto il paese. Si dirà che tutto questo è avvenuto per gli episodi di disobbedienza prima, durante e dopo. Sia consentito esprimere qualche dubbio che tutto questo sia stato così piano e delineato e che l’ordine dei fattori tra cause e conseguenze sia stato quello narrato.

Quanto abbia sottolineato non vuole essere una critica alla gestione dell’emergenza tout court, ma certamente un richiamo all’equilibrato svolgersi di azioni anche cogenti nell’ambito di un sistema democratico di libertà, di diritti e anche di doveri. Proprio quei doversi di solidarietà e di obbedienza che si possono ottenere sia per virtù propria del popolo, sia per ragionata comprensione della sua necessità. In situazioni eccezionali occorrono risposte eccezionali, certamente, ma l’esercizio concreto deve essere compreso dai destinatari. Pensare di trattare milioni di cittadini come soldati obbligati ad obbedire –  con tutto il rispetto per le giuste regole militar – è stato quanto meno superficiale, nella migliore delle ipotesi. Sentirsi dire continuamente che la responsabilità di quanto è avvenuto è stata di coloro che erano costretti a star chiusi in casa, è stato quanto meno improvvido per chi se ne è fatto portatore. Equilibrata proprio per ragioni sopradette la gestione concreta da parte delle forze dell’ordine consapevoli dei propri doveri, anche dell’opportunità di ottenere il risultato senza l’esercizio pur legittimo della forza, se necessaria.

Ora che parliamo di riaprire, occorre la stessa capacità di equilibrio. Non siamo di fronte al lìberi tutti come se uscissimo da un bunker, ma al corretto e graduale riappropriarsi dei diritti propri e di popolo nel suo insieme, consapevoli che la battaglia è ancora in corso e che il progredire delle vaccinazioni sta ponendo un argine ma che il primo è quello della ordinata assunzione di responsabilità di ognuno e verso tutti.

Poniamo allora attenzione al termine. Riapertura, dunque. Secondo il dizionario è il risultato dell’atto di riaprirsi, di venire riaperto. Spesso se è perlato in termini di strade, percorsi: sottoposti a chiusura. O ancora il momento in cui un luogo, un ufficio, un istituto si riapre al pubblico o riprende in ogni modo la sua attività, pensiamo alle scuole, agli uffici pubblici. Più in generale se ne parla come ripresa di un’attività, nuovo inizio di qualche cosa che era stata interrotta o dichiarata chiusa per le ragioni più varie legate al tempo e al luogo in cui questo avviene: così per fallimento, per ferie, per restauri, o per altra ragione; come nel caso della riapertura delle indagini preliminari nella prosecuzione dell’azione penale in caso di scoperta di nuovi elementi di prova dopo il decreto di archiviazione o la sentenza di non luogo a procedere. Esistono poi i significati legati al tipo di attività, si pensi a quelle in ambito marinaro dove indica la ripresa della libera attività dopo un periodo di limitazioni, così nella navigazione, nella pesca, nei traffici dopo la cessazione del blocco o delle ostilità, in determinate zone coinvolte in azioni belliche.

Insomma un caleidoscopio ricco e articolato, al quale oggi possiamo aggiungere la riapertura dal cosiddetto lockdown, brutto termine mutuato dall’inglese ad indicare l’essere chiusi a chiave in certo senso. Un’esperienza non augurabile ma che ci ha visto mutare comportamenti e azioni. Ora tutto questo bagaglio va mantenuto nella sua accezione più nobile così come molti errori in prospettiva possono essere evitati proprio attraverso il coinvolgimento attivo delle collettività, nella consapevolezza che l’esercizio di diritti va sempre contemperato con il rispetto dei doveri che rendono tali diritti usufruibili erga omnes, senza limitazione alcuna come si addice ad un popolo maturo e democratico e non ad una moltitudine di scalmanati pronti non all’esercizio del diritto ma alla pratica del suo superamento verso l’illegittimità o peggio.

Riaprire, dunque, nelle menti e nei cuori, ma sapendo che se domani potremmo trovarci nella necessità di limitarci lo dovremo fare da collettività matura e consapevole!

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