
Con “Greenwashing” ci si riferisce a quelle tante aziende che per tentare di conciliare le loro finalità lucrative con le leggi a tutela dell’ambiente, il sentimento ecologista popolare, usano la sostenibilità ambientale e l’eticità che la contraddistingue come facciata dietro cui nascondere attività che diversamente sarebbero ecologicamente dannose. Invero tanto la legislazione, quanto trasparenza, difettano e lasciano spazio all’equivoco e all’ipocrisia.
La parola intende contestare a queste aziende di non fare nulla per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente e utilizzare l’eco-sostenibilità come strategia per trarne benefici economici e di immagine. Essa risale agli anni Novanta, e nasce dalla combinazione di green (verde), quindi il colore che simboleggia l’ambiente e la sostenibilità a esso legata, e whitewashing (imbiancare), termine utilizzato negli Stati Uniti d’America per indicare azioni fatte per nasconderne altre. Venne coniato in seguito a vari scandali legati ad aziende che in quel periodo si autoproclamavano sensibili alla tematica ambientale e attive in processi ecosostenibili, ma che in realtà volevano solamente distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media da alcune attività e dinamiche aziendali tutt’altro che ecosostenibili. In molti, parlando di greenwashing si riferiscono semplicemente all’impatto ambientale o all’inquinamento, ma in realtà il termine è di più vasta portata. Ricomprende aspetti ulteriori che attengono anche alla sostenibilità e responsabilità sociale d’impresa, il rispetto dei lavoratori e dei loro diritti, e la tutela dei consumatori.
A questo proposito la Consumer International (CI), una organizzazione non-governativa (ONG) che rappresenta gruppi e agenzie di consumatori in tutto il mondo, già nel 2009 aveva individuato tra i casi internazionali più gravi di greenwashing quello di Audi (per la comparazione del suo diesel pulito a quello di una bicicletta) e EasyJet (che aveva sostenuto che l’impatto sull’ambiente di un aereo è inferiore a quello di un’auto ibrida). Recentemente, il caso di una famosa società italiana che imbottiglia acqua minerale e che è stata ultimamente sanzionata dall’antitrust in seguito ad una sua campagna pubblicitaria (“- plastica + natura”) senza dimostrare la fondatetezza dell’assunto; e anche quello di ENI che il 15 gennaio 2020 è stata multata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato per “pratica commerciale ingannevole” a mente delle sua pubblicità ENI diesel+ presente su tutti i media dal 2016 al 2019 e denunciata da Legambiente, dal Movimento Difesa del Cittadino e da Transport & Environment (T&E).
ENI aveva sostenuto che il suo era quello un “diésel-bio, green e rinnovabile, che riduceva le emissioni gassose fino al 40%”; il che non sarebbe stato vero in quanto conteneva olio di palma; ovvero un combustibile che l’Unione Europea non considera “verde” in quanto sarebbe tra le principali cause della distruzione delle foreste pluviali e della fauna selvatica.
Peraltro, secondo un recente studio, il biodiesel contenente olio di palma sarebbe tre volte peggiore del normale diesel per quanto riguarda il clima. Ragion per cui l’Italia, che è il secondo produttore di biodiesel da olio di palma in Unione Europea, viene criticata dai suoi vicini. Il 54% dell’olio di palma utilizzato per produrre biodiesel nelle raffinerie ENI di Porto Marghera (Veneziia) e Gela (Sicilia) proviene dall’Indonesia e dalla Malesia.
Per farsi perdonare ENI ha investito in formazione scolastica ecologica, tant’è che nel gennaio 2020, l’Italia ha deciso di introdurre l’insegnamento dell’educazione ambientale in ogni scuola di ordine e grado, con il contributo dell’ENI. La materia si chiamerà “sviluppo sostenibile” con un totale di 33 ore di lezione. L’unica cosa che stona è a formare gli insegnanti della nuova materia sarà proprio ENI, affiancata dallo Stato italiano. Un po’ paradossale per una multinazionale che estrae e commercia combustibili fossili ed è accusata di diversi disastri ambientali, che educa all’ambientalismo.
Ma non tutto il male viene per nuocere, speriamo bene, staremo a vedere.
(*) Wikipedia: Greenwashing “… è un neologismo indicante la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale, allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle proprie attività o ai propri prodotti”.
