Gender gap, ci allontaniamo dal traguardo

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Uguaglianza di genere, un obiettivo mondiale

Nell’ultimo secolo il tema della disuguaglianza di genere è al centro di dibattiti, studi e ricerche a livello nazionale e globale , tanto da guadagnare un posto nel programma d’azione per lo sviluppo sostenibile, sottoscritto il 25 Settembre 2015 dai 193 paesi membri dell’ONU, fra cui l’Italia, ovvero Agenda 2030.

Il quinto dei 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030 recita infatti “Raggiungere l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di tutte le donne e ragazze”. Questo obiettivo mira a ottenere le pari opportunità fra generi nello sviluppo economico, ad eliminare le forme di violenza nei confronti del genere femminile e a raggiungere l’uguaglianza di diritti in termini di livelli di partecipazione. Ciò passa inevitabilmente anche attraverso il mondo del lavoro. In questo ambito si sono fatti indubbiamente passi avanti: sempre maggiore è il numero di donne presenti nella ricerca, nel mondo lavorativo, in ruoli anche di spicco. Ma la parità di genere è davvero così vicina?

A livello qualitativo, la situazione cambia notevolmente. Basti pensare in primis al divario retributivo di genere: secondo l’Eurostat, i cui calcoli sono basati soltanto su aziende con dieci o più dipendenti, il Gender pay gap al 2019 si attesta al 14,1% di media in Europa e al 4,7% in Italia. Ma non solo: in una recente ricerca commissionata dal famoso network Linkedin in occasione dell’8 Marzo 2021, in cui viene esaminato l’impatto  del condizionamento sociale sulla retribuzione e la progressione di carriera delle donne, il 44% delle donne intervistate e il 40% degli uomini intervistati in Italia crede che le donne siano meno legittimate ad avere promozioni o aumento di stipendio.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato le cose

In seguito all’emergenza sanitaria che il mondo si è trovato ad affrontare nell’ultimo anno, il tasso di disoccupazione femminile nel nostro Paese è aumentato drasticamente; il 70% degli occupati in meno registrati in Italia nel 2020 è costituito da donne e solo nel mese di Dicembre 2020, di 101mila persone rimaste senza un impego, ben 99mila sono state donne. Secondo i dati diffusi da Istat riguardanti il primo trimestre del 2021, il tasso di disoccupazione femminile si attesta oggi a ben l’11,4%. Ma perché sono proprio le donne a pagare il prezzo più alto? Le cause sono da ricercare anzitutto a monte: l’occupazione femminile è concentrata maggiormente in settori che più di altri stanno vivendo la crisi, come quello dei servizi e quello domestico, e una sostanziale percentuale di donne lavora soprattutto part-time, ragion per cui i datori di lavoro hanno ritenuto di poter rinunciare a loro.

Inoltre, lo smart working ha finito spesso per sovrapporsi agli impieghi domestici e alla cura della famiglia, il cui peso grava ancora troppo spesso esclusivamente sulla donna per retaggi culturali duri a morire, accrescendo sostanzialmente il carico del lavoro femminile, abbattendo la separazione spaziale fra ambito lavorativo e ambito domestico e costringendo spesso e volentieri le donne a scegliere tra famiglia e carriera. L’emergenza sanitaria, a conti fatti, non ha fatto altro che accentuare ed amplificare le disuguaglianze già purtroppo presenti nel nostro Paese e in Europa.

Un impegno comune

Continuare a lavorare per riuscire a colmare il divario di genere è possibile, attraverso un forte impegno sociale e culturale. Le istituzioni devono impegnarsi in un potenziamento delle politiche e strategie atte ad appianare il gender gap in ambito lavorativo e nell’assicurare un sistema di welfare che consenta alle donne di avere le stesse possibilità per la realizzazione professionale dei colleghi maschi. Ma il cambiamento deve necessariamente investire in primis la sfera culturale, nell’ambito della formazione come in quello lavorativo, nella rappresentazione dei media e nella sfera familiare bisogna lavorare affinché vengano eliminati quegli stereotipi sessisti che indirettamente agiscono come impedimenti alla realizzazione femminile e contribuiscono ad accentuare le asimmetrie di genere.

Il primo passo è sicuramente essere consci che l’obiettivo 5 previsto dall’Agenda 2030 risulta un punto cardine che interseca trasversalmente ogni altro obiettivo previsto per uno sviluppo sostenibile; l’empowerment, il ruolo attivo e partecipativo delle donne in ambito lavorativo è necessario affinché vi sia sviluppo e non si sprechi la metà delle menti e risorse umane disponibili per la crescita e la floridezza della società.

Superare gli stereotipi del maschile e del femminile significa beneficiare di quella diversità e trasformarla in vantaggio e valore aggiunto, e limitarsi ad un piano meramente normativo non basta, è necessario soprattutto un vero e proprio cambio di mentalità.

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