Immobilismo

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Come sempre i termini che finiscono con il suffisso “ismo” tendono ad avere un significato quanto meno critico, se non negativo. Non fa eccezione il vocabolo che abbiamo scelto per analizzare quanto si sta cercando di fare nel nostro paese nel momento in cui grazie agli accordi in Europa esso viene ad essere destinatario della  maggior fetta di sostegni e finanziamenti per la riforma del sistema, essendo tra le nazioni più importanti e quella che sembra aver bisogno di più di una spinta per ripartire.

Parliamo di immobilismo, parola che deriva dall’aggettivo immobile e ne indica a contrariis il senso di qualcosa che resta fermo, che non si muove o che se si muove lo fa per restare sostanzialmente fermo. Può sembrare un assurdità, ma è quella alla quale rischiamo di assistere nel nostro paese dove ci si agita ma per non cambiare sostanzialmente il sistema con tutti i ritardi, i guasti e i danni che nei decenni progressivamente ha generato allontanando l’Italia dalle economie più dinamiche nonostante la ottima mano d’opera e la sostanziale capacità imprenditoriale che ci è riconosciuta soprattutto nel mondo delle piccole e medie imprese.

Secondo il dizionario, la parola è soprattutto appannaggio del linguaggio politico con sfumatura polemica, indicando quell’atteggiamento, da parte di un governo, di staticità, di resistenza passiva, di opposizione di fatto, anche se non programmata, nei riguardi delle possibili soluzioni progressive o comunque profondamente innovatrici dei problemi politici, soprattutto nel campo della politica estera e sociale. Nel campo economico, invece si punta l’attenzione sull’assenza di provvedimenti capaci di mutare una situazione e di realizzare progressi tecnici che permettano di ridurre i costi e aumentare la produzione. Per estensione poi si sottolinea come mancanza di iniziativa, tendenza a mantenere immutato uno stato di cose, opponendosi a ogni novità o trasformazione.

Non ci sembrerebbe il caso ma si presta al nostro ragionamento, la concezione aristotelica del “ motore immobile”. Il grande filosofo greco, all’origine della cultura occidentale ma non solo, per la sua capacità di dare costruzione ad un sistema in tutte le sue parti, parlava di questa entità, come dell’inizio di tutto. Ovvero per essere più chiari se possibile di un motore che non ha bisogno di muoversi di per sé (quale fine ultimo) ma che è all’origine del movimento del sistema universale. In pratica senza questa spinta iniziale del “motore immobile” non potrebbe esistere l’universo e le sue molteplici manifestazioni. Ovviamente l’analisi su questo terreno deve tener conto di quello che era il limite se così possiamo dire della concezione aristotelica. Quella che vedeva le stelle fisse nel cielo e la terra come fonte del movimento. Si sa che la visione è stata superata non solo dal punto di vista filosofico, ma scientifico potendosi dimostrare nel concreto che il nostro pianeta appartenga ad un sistema di corpi simili ma molto differenti tra loro che ruotano intorno ad una stella che ne costituisce il “motore” in termini di energia e di movimento. E che questo schema si ripete all’infinito come infinito appare l’universo del quale facciamo parte.

Al di là della filosofia e delle scienza, quel che attira la nostra attenzione è il tentativo evidente di spezzettare, ritardare, e sostanzialmente di fermare, ergo immobilizzare, ogni tentativo di cambiare lo stato delle cose nel nostro paese. Abbiamo problemi di dimensione delle imprese ma ne parliamo soltanto. Abbiamo problemi nel funzionamento della giustizia ed idem ne parliamo ma non affrontiamo i veri nodi che ne minano l’efficacia fondamentale per il normale funzionamento del sistema paese. Abbiamo problemi e concezioni divergenti tra impresa (che spesso si ritiene una sorta di mucca da mungere sino allo sfinimento, senza considerare che senza scelte, lungimiranti non si può fare impresa e che il rischio di impresa è parte costitutiva dello stesso concetto) e il lavoro che essa impresa fa funzionare. Quindi se da un lato si ritiene che l’impresa “debba “ far lavorare e non licenziare nessuno, dall’altro che impresa e lavoro debbano essere necessariamente due poli divergenti e in contrasto.

La pratica dimostra che tutto questo è sbagliato, ma per smontare questa dinamica occorrerebbe cambiare dalle fondamenta il sistema attribuendo eguale importanza al lavoro, all’impresa, e a coloro che in questo ambito svolgono ruoli. Dunque chi lavora deve aver riconosciuto il proprio apporto e chi fa impresa deve aver il diritto di scegliere come far crescere  la propria iniziativa arrivando al limite prima di toccare quel lavoro che la fa esistere. Ogni altra impostazione fallisce e ogni contrapposizione indebolisce invece che rafforzare il sistema nel suo insieme.

Ma chi ha il coraggio e la forza di intervenire in questo ambito? Difficile dirlo. L’esperienza dimostra che chi vuol fare sconta un fronte di resistenza superiore alle proprie capacità e che spesso è costretto ad ammorbidire e se non ritiene  possibile a lasciare. Un sistema malato che nessuno però sinora ha voluto affrontare nei suoi gangli vitali. L’esistenza di un governo sostanzialmente avulso dai partiti ma da esso sostenuto è una delle molte possibili soluzioni, ma quello al quale assistiamo ad ogni piè sospinto è la riproposizione dello stesso schema abusato, deteriorato, incapace di auto riformarsi.  Unica sicurezza in tutto questo è quell’immobilismo al quale abbiamo fatto cenno, con l’aggiunta che per molte forze politiche, anche le più nuove, vale il detto del Gattopardo: “che tutto cambi, perché … nulla cambi”! Solo che così si condanna il paese ad un neppure tanto lento destino negativo dove a pagare saremo tutti!

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