Burkina Faso: il triangolo della morte

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La chiamano la zona delle tre frontiere. È quella porzione di territorio situata tra il Burkina Faso, il Mali ed il Niger che negli ultimi anni è diventata teatro di una guerra senza esclusione di colpi tra gli eserciti regolari e le milizie jihadiste che scorrazzano nella regione. È qui, nella città di Solhan nella provincia settentrionale di Yagha, che alle prime luci di sabato si è consumata una carneficina costata la vita ad oltre 160 persone, la maggior parte donne e bambini, attaccate nel cuore della notte da squadroni della morte che prima si sono sbarazzati facilmente delle formazioni VDP, gli ausiliari civili dell’esercito del Burkina Faso che avrebbero dovuto difendere la città, e poi hanno dato alle fiamme le abitazioni dei civili finendoli all’arma bianca. Un massacro che segna un punto di non ritorno nella lotta ai gruppi fondamentalisti che dal 2015 hanno fatto di questa regione dell’Africa la propria base per pianificare attacchi nei centri cruciali della zona. La strage di Solhan segue di poche ore quella perpetrata nel villaggio di Tadaryat, situato ad una manciata di chilometri di distanza, dove venerdì hanno perso la vita almeno 14 persone. Mattanze che, nelle intenzioni delle bande jihadiste, avevano lo scopo di affermare la propria sfera d’influenza a discapito dei male armati eserciti governativi che difficilmente riescono ad affermare l’autorità dello Stato nelle zone più remote del Paese. Sulla vicenda è stata dura la presa di posizione del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che, condannando fermamente gli attentati, ha sottolineato la necessità di “sensibilizzare la comunità internazionale affinché si intensifichi il sostegno agli Stati della regione nella lotta contro l’estremismo violento e il suo inaccettabile costo in termini di vite umane. Ribadendo altresì il pieno sostegno delle Nazioni Unite al governo e al popolo del Burkina Faso anche a costo di implementare di sforzi sul campo per superare le minacce alla pace e all’unità del Paese”.

Un anno fa il Presidente francese Emmanuel Macron aveva annunciato l’invio nel Sahel di un contingente internazionale formato da cinque mila militari con l’obiettivo di combattere i gruppi legati ad Al Qaeda e alla Stato Islamico; contingente di cui avrebbero dovuto fare parte gli eserciti di Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad, oltre a truppe provenienti da Francia e Italia. Operazione ancora in corso che, dopo gli eventi dello scorso weekend, dovrà essere ridefinita e potenziata. Oltre alla tutela delle comunità locali infatti, lo scopo della missione è quello di difendere gli interessi nazionali, primo tra tutti il traffico degli esseri umani che dalle profonde regioni del Sahel porta migliaia di profughi sulle coste del Mediterraneo meridionale in attesa della fatidica traversata verso la “terra promessa” europea. Proprio sulla pelle dei migranti le formazioni jihadiste stanno incrementando le proprie risorse finanziarie creando un lucroso business. Spesso sono loro che garantiscono, dietro il pagamento di laute somme, alle persone in fuga di arrivare nei pressi del deserto libico dove vengono poi affidate ai mercanti di morte. Dalla comparsa delle formazioni combattenti islamiche nella regione sarebbero oltre 1500 le vittime accertate mentre 1 milione e 200 mila sono gli sfollati costretti a lasciare i propri villaggi e, senza fonti di sostentamento, obbligati ad una fuga verso nord.

L’importanza di un intervento militare internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite avrebbe lo scopo di sedare le violenze, contribuendo quindi a frenare a monte questo esodo forzato.Certo le armi da sole non possono bastare, essenziali sono anche investimenti mirati per rilanciare le economie locali, con progetti in grado di ridare linfa  alle risorse del territorio a cominciare dall’agricoltura.

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