Lavoro e sviluppo non sono antitetici

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Tutti i giorni sentiamo parlare di segnali, di accenni di ripresa, dell’economia che si avvia ad un rimbalzo più o meno significativo, più o meno in linea con le aspettative delle imprese, dei mercati e via dicendo. Tutti i giorni le notizie che riguardano il lavoro e le sue componenti si manifestano come il problema nel problema: sembra infatti che la crescita e lo sviluppo dell’economia possano prescindere dal lavoro o siano all’origine del suo status attuale di difficoltà, sia ad aprire nuovi sbocchi sia a regolare in modo efficiente e a garanzia di tutti le entrate e le uscite. E’ evidente che si tratta di un errore di prospettiva e anche di un dato concettuale ma anche pratico.

Per anni, per decenni, il ridurre la mano d’opera di fronte all’introduzione e al progressivo aumento dell’automazione è sembrata la risposta. Una riposta poco intelligente visto che creare milioni di persone in cerca di un’occupazione sempre precaria ed instabile con una conseguente minore disponibilità ad investire e a spendere metto in atto un meccanismo senza ritorno di riduzione delle imprese stesse e della loro capacità di affrontare le fasi congiunturali che l’economia mondiale ci pone dinanzi: ultima in ordine di tempo la pandemia con le sue conseguenze umane, produttive, economiche, finanziarie e via discettando sull’ondata di tsunami che ha travolto in pochi mesi un meccanismo che si riteneva adeguato alle circostanze.

In sostanza abbiamo visto, questo in Italia, come l’aver delocalizzato allegramente sia impianti che produzioni, che tecnologie in luoghi della terra dove le persone potevano essere pagate di meno, ergo, anche sfruttate inconsapevolmente, ha prodotto un vero e proprio deserto in settori che sono sempre stati per decenni fiore all’occhiello della manifattura del nostro paese, di quel saper fare che ci ha resi campioni in molti settori. Ora le eccellenze che pure restano, scontano un’inaridirsi delle acque di coltura del tessuto produttivo, non possono appoggiare la propria dinamica su un parterre di piccoli e medi imprenditori che garantiscono proprio quelle produzioni cruciali quando si tratta di riavviare, ripartire e così via. La dimostrazione plastica è stata quella della produzione di dispositivi contro il virus, parliamo di mascherine, guanti, visiere. Improvvisamente ci si è resi conto che per averle in tempi ragionevoli ed utili per le necessità occorreva richiederle là dove  tecnologie e lavoro erano allocate, spesso fuori dei confini nazionali.

Definire questo corto circuito come una dimostrazione del vecchio adagio “chi troppo vuole nulla stringe” può apparire singolare ma il dato di fatto è là per non smentirci. Importare materiali costruiti con brevetti spesso nostri svenduti per profitto non è stata certamente la migliore risposta di un paese che deve risollevarsi.

Si potrebbe obiettare che questo è il mercato, che queste sono le logiche della globalizzazione, che l’impresa va dove il lavoro costa di meno e così via, ma diremmo cose scontate, tanto sono ovvie da essere stupide nella loro ripetizione cosiddetta a pappagallo. Le regole della competizione internazionale vedono una sorta di mercato delle merci, delle persone, delle tecnologie, ma questo dovrebbe essere non il fine ma lo strumento per consentire ai cosiddetti paesi avanzati di continuare il loro cammino in modo più equilibrato del passato e consentire a chi è in via di sviluppo di poter usufruire di meccanismi e garanzie che altrimenti vengono negate quando anche non represse con la forza. Le proteste a cui spesso assistiamo in molti paesi sul fronte dell’economia sono proprio il segnale più evidente di questa contraddizione: si vuole continuare a “colonizzare” parti del mondo a proprio vantaggio come se si parlasse di pascoli o territori come ai tempi del far west.

Si parla invece di popoli, di persone, che legittimamente aspirano a migliorare la propria condizione e a rincorrere un sogno di prosperità e di benessere più che legittimo. La prima risposta è che è il sistema capitalistico che provoca tutto questo. Resta da spiegare come una sostanziale autocrazia come la Cina possa indisturbata attuare le sue politiche in questo settore, realizzando un capitalismo di stato opprimente, di forte impatto sulle libertà personali e condizionare già da oggi la crescita di diversi paesi in Africa e in Sudamerica che stanno diventano “serventi” rispetto a questo vero e proprio capitalismo di stato.

Quanto abbiamo detto solo in parte si distacca dall’argomentazione iniziale rivolta alla nostra realtà. Pur essendo infatti un sistema avanzato almeno nei suoi presupposti fondamentali, scontiamo ritardi e strozzature sistemiche tali che ci stanno facendo consapevolmente divenire territorio di appropriazione se non di conquista da parte di altre economie, altri paesi e via enumerando. Una realtà nella quale sembriamo impotenti e facile preda di capitali e logiche che poco hanno a che fare con i nostri doveri e diritti costituzionali, proprio in tema di lavoro.

E’ evidente infatti che la precarietà del lavoro e il suo snodarsi nel corso della vita tra stop and go stia lentamente divenendo routine nell’ex paese del posto fisso e che nessuna categoria possa dirsi al riparo. Più difese sono solo quelle che parlano di nuove tecnologie in genere, o in settori strategici, dove però la logica del pagare poco è sempre in agguato. Così vediamo i nostri cervelli cercare quello che il loro paese non è in grado di offrire e andare a rafforzare economie e società diverse dalla nostra, portando con sé quel particolare valore di inventiva e di praticità che ci ha reso un tempo tra i primi e i più famosi del mondo. E non come spesso accade ora additati come terra di corruzione, di mafia e altre piaghe similari. Un vezzo duro a morire e che noi stessi contribuiamo a perpetuare non sapendo o non volendo rovesciare questi stereotipi dannosi e controproducenti.

Il governo sta cercando di riequilibrare i due valori di cui parliamo all’inizio a favore del lavoro e della sua maggiore stabilità pratica prima che concettuale, ma sta facendo i conti con il vizio nazionale potremmo dire di non distinguere tra sano e malato, tra assistenziale e imprenditoriale. Eppure nella nostra Costituzione esistono valori imprescindibili come la libertà di impresa, la libertà e il valore del lavoro, la funzione sociale di chi produce per gli altri. Esempi ci sono nella realtà, ma prevale ancora troppo la visione furbesca del domani, quando sarà passata a ‘nuttata per così dire. E fin che sarà così alcuna riforma potrà incidere sulla realtà veramente! 

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