Dignità

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La costante ripetizione di schemi e di temi pone sempre più complessità nell’individuare ogni settimana quello che possa essere il tema di riferimento, ovvero quello che si sostanzia nella parola della settimana. Questa volta l’attenzione si è soffermata su dignità. Un termine che ci rimanda al latino e che nel suo essere sostantivo femminile ci riporta alla condizione del dignus originario. Particolare non secondario è che se avviciniamo questo vocabolo al significato simile in greco antico troviamo che il termine che più si avvicina a quello che analizziamo è quello di assioma, in greco. Strano riferimento ricordando che il termine assioma identifica quello che si da per certo, per non criticabile. Tuttavia nella pratica applicazione  il termine greco ha mantenuto quello che è il dignum latino e quel valore assiomatico proprio della grafia greca.

Qualsiasi  tipo di analisi portiamo deve partire dal concetto primario ovvero che la parola indica la condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso. Ecco dunque che la dignità va tutelata. Di essa si può essere portatori e se ne può essere privi (concetto certamente variabile e di difficile identificazione posto che sono i termini di partenza della valutazione che possono identificare che cosa corrisponda quel concetto e cosa no.  Ancora si parla di aspetto improntato a grave e composta nobiltà riferito sia a persone e al loro modus di essere sia alla serietà, quasi severità di edifici od altro.   Il termine ha anche un valore sostantivato di alto ufficio, civile od ecclesiastico nel quale si può essere elevati come si può essere privati. Nel diritto canonico, ogni titolo beneficiale ed ufficio che, nei varî gradi della gerarchia ecclesiastica, ha annessa una certa preminenza e giurisdizione.

Al plurale le persone stesse che ricoprono tali cariche o uffici. In araldica, armi dalle quali si conosce la carica o l’ufficio esercitati dal possessore dello stemma o tradizionalmente dalla famiglia; tale carica è indicata sia da ornamenti esterni, detti distinzioni di dignità o contrassegni di onore  (per esempio la basilica posta in palo dietro lo scudo del cardinale camerlengo, o le bandiere poste decussate dietro lo scudo dei generali), sia da figure poste entro lo scudo.

Esiste poi una declinazione del vocabolo in senso filosofico indicando un principio filosofico generale, assioma, un postulato appunto.  

Non è tanto una dotta digressione, quanto un modo di delineare eventi del nostro tempo e cercare il loro senso, e forse significato. In particolare l’attenzione ci ha portato questa settimana su un evento positivo, sulla conquista da parte della nazionale di calcio della coppa Uefa degli europei contro l’Inghilterra nello stadio di Wembley, culla del football quasi per definizione.

Un evento seguito da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo e per ciò stesso paradigmatico dello stato delle cose sociali nei paesi coinvolti. L’analisi si muove dal prima per arrivare al dopo, anzi al poco dopo. Accade che il comportamento dei tifosi inglesi si manifesti crudo e senza fair play prima ancora che le squadre non solo si fronteggino in campo, ma prima che gli italiani arrivino in Inghilterra. Il refrain d’obbligo è che la coppa è inglese, viene giocata nel tempio del calcio in Gran Bretagna e dunque chi prova a far qualcosa di diverso è “colpevole” per principio. Questo assioma, nel senso di regola non discutibile, si misura con il basso profilo sia degli italiani provenienti (pochi in verità) dal nostro paese sia di quelli residenti da anni, da decenni in Gran Bretagna. Accade che il clima sia pessimo per espressa affermazione di inglesi ed italiani nei confronti di chi per la ventura della storia calcistica si trova ad insidiare il trono di Wembley.

Accade ancora che la nostra squadra venga fischiata al suo arrivo nello stadio dalla preponderante presenza di tifosi avversari, che sia fischiato l’inno del nostro paese e che ogni nostra azione offensiva sia oggetto di scherno e di critica. In breve da parte inglese più che una partita sembra quasi una battaglia tra Orazi e Curiazi, dalla quale può uscire soltanto un vincitore. Accade ancora che la vittoria ai rigori arrida agli italiani non per fortuna, ma per capacità del nostro portiere di sbarrare il passo al pallone e per lo sforzo unito di tutta la squadra sino a quel momento.

E sin qui si assiste a una sorta di copione, brutto, ma ad un copione di questo tipo di eventi. Poi la cosa peggiore che mostra come la dignità non sia più appannaggio del pensiero e dell’agire “british”. Alla premiazione quali secondi in Europa (quella va detto dalla quale gli inglesi sono voluti uscire) i giocatori, tranne una piccola eccezione si tolgono la medaglia appena consegnata, come a rifiutare il risultato appena certificato della vittoria italiana.

Che dire! In qualche commento si osserva che anche noi avremmo avuto comportamenti simili in occasioni similari. Ma questa è una petizione di principio. La dignità del calcio quale sfida tra due squadre ha ricevuto una pesante e grave offesa quale gioco, quale sport. E’ stata trasformata in offesa portata al pallone, alla squadra ospite, al senso di sportività che dovrebbe accompagnare questi eventi. Sì certamente anche qualche esagitato nostrano avrebbe in strada superato il limite e magari contro qualche tifoso di altre squadre. Maleducazione, ma non perdita della dignità di quello che è il motivo per cui questi incontri si giocano. Siamo abbastanza certi che gli italiani non avrebbero mai rifiutato la medaglia da secondi ostentando il disprezzo per la squadra vincitrice. Lasciamo agli inglesi questo “privilegio” che li allontana sempre più da quell’Europa che sdegnosamente hanno voluto lasciare perché non poteva più far comodo alle proprie esigenze e ai propri interessi. Un po’ di vergogna la proveremmo se fossimo in loro. Ma non lo faranno, in loro prevale sempre quella che in italiano si chiama spocchia!

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