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Tra distinguo, condizioni e polemiche

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La politica tenta di trovare il suo ruolo ma con vecchie impostazioni

Proviamo a fare un esercizio dialettico per così dire. Tizio è costretto dalle circostanze a stare con Caio e non può esimersi pena l’assunzione di responsabilità negativa di insieme. Intanto vari Mevio percorrono lo stesso terreno compiendo scorribande continue dentro e fuori dell’ambito che vede i primi due costretti pur a malincuore a convivere. Accade poi che le condizioni si complichino impedendo nei fatti di uscire da questa coabitazione. Dobbiamo subito dire che non sappiamo chi sia Tizio e chi sia Caio, che si comporti da Tizio e chi da Caio e se le rispettive posizioni rischino di rovesciarsi.

Va poi aggiunto che i Mevio che scorazzano sono in parte compartecipi e in parte no nel discorso che condiziona la libertà di azione dei due attori principali per così dire e potremmo definirli dei raider, ovvero coloro che come riporta la definizione quali finanzieri “compiono speculazioni in borsa, acquistando grosse partite di titoli per poi rivenderli con notevole margine di guadagno”. E’ necessario uno sforzo di interpretazione a questo punto ma assistere ogni giorno a qualche Mevio, ma anche qualche Tizio e qualche Caio, esercitarsi nell’arte dell’illusione, della complicazione a buon mercato, nelle condanne apodittiche e negli ostracismi vari, fa comprendere con poco sforzo che siamo in una grave crisi che potremmo definire strutturale dell’intero sistema della rappresentanza.

In pratica, né Tizio né Caio e neppure Mevio sono in grado di dare voce a chi rappresentano pienamente ed anzi si sforzano di apparire più complessi e poco comprensibili proprio a coloro che per convinzione e tradizione sono con loro schierati.  Risultato una grande confusione nella quale a farne le spese sono tutti gli italiani che si trovano sempre più stretti dalle necessità cogenti ed indilazionabili e tra le astruse complicazioni della politica.

Per tornare sulla terra e lasciare la ricostruzione ipotetica, siamo spettatori spesso in condizioni di non poter incidere  di un continuo alternarsi di distinguo, condizioni sovente ostative e polemiche per ogni atto, ogni passo, ogni argomento. Non è quel che si dice la sensazione positiva e rassicurante di un confronto duro, non scontato e per questo sicuramente produttivo per tutti, ma semplicemente la sensazione anche tattile che tutto avvenga con retroscena e secondi fini che accuratamente vengono tenuti riservati. Non è la solita analisi complottista, ma la disarmante condizione del cittadino che vede affrontare ogni tema, ogni argomento, ogni opportunità, come qualcosa che debba tener conto di altro, di indistinto a volte, altre molto più chiaro e ancora più disarmante.

La politica nazionale sta affrontando una delle stagioni più difficili della sua storia. Neppure l’ultimo decennio del secolo scorso con la sua dirompente crisi totale e con il corredo delle stagioni giudiziarie che hanno “camuffato” un sostanziale cambio di “regime” per fortuna sempre in ambito democratico appare comparabile alla attuale condizione. Oggi non esistono più partiti storici, quelli che esistono sono non partiti nel senso vero del termine, accanto abbiamo movimenti che ammantandosi del “non” hanno creato una sorta di ibrido da laboratorio che sta entrando in crisi e che mostra con evidenza la tendenza a partitizzarsi, pur consapevoli che il senso stesso del partito andrebbe rivisto e riscritto dalle fondamenta.

Resta poi irrisolto il rapporto tra le istituzioni rappresentative e la funzione giudiziaria. Tutte espressioni del rango costituzionale di tutte ma con l’inevitabile corollario che abbiamo assistito proprio dalla fine del secolo scorso ad un ridisegno costituzionale dei ruoli, non scritto ma affermato nei fatti, in cui la giustizia è divenuta centrale quasi salvifica dallo sfascio del sistema politico ma che gli ultimi avvenimenti al suo interno mostrano non immune dagli stessi difetti di quella politica ormai sotto tutela.

Con questa constatazione ci troviamo a ritornare alla ricostruzione iniziale. La vera svolta sarebbe che con onestà intellettuale e con serietà si cercasse di dare risposte non transeunti e soddisfacenti non per l’uno o per l’altro, ma per tutti. Parliamo dei valori fondanti del nostro vivere democratico, della possibilità di esercitare in esso funzioni di rappresentanza, di farlo secondo regole e principi di correttezza, di conoscere sempre quali sono i limiti invalicabili e non forzarli in modo strumentale. Recuperare il senso più alto di questo ruolo sarebbe l’inizio di una nuova possibile stagione dove anche la giustizia avrebbe il ruolo insostituibile che gli assegna la Costituzione, ma anche essa ancorata ai principi fondanti del sistema, della difesa dei cittadini, dello sciogliere i nodi che spesso limitano ogni azione, di rendere più sicura e certa la condizione dell’operare, in un quadro di equilibrio con la funzione legislativa e con gli altri poteri costituiti e ancorati alla Carta fondamentale.

Per fare questo tutti dovrebbero sforzarsi di fare il proprio lavoro, di esercitare il proprio ruolo nel rispetto degli altri ed in armonia il più possibile con le responsabilità che essi rappresentano. Insomma tutti con il rispetto di tutti!

L’avvicinarsi a grandi passi dell’inizio del semestre bianco e della impossibilità dello scioglimento delle Camere potrebbe costituire un momento fondante per resettare in qualche modo il quadro generale, provando a rimettere le cose al loro posto ed immaginando anche il momento dell’elezione del nuovo capo dello Stato come l’occasione principale per avviare questa fase “costituente” per così dire e per dare al paese quello che aspetta da decenni: un quadro definito di regole, di diritti e di doveri. Altrimenti l’esperienza di questo anno di pandemia e tutti gli scossoni che sta creando nel rapporto tra cittadini e istituzioni non ci avrà insegnato nulla!

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