Ambiente

La Terra brucia

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L’ondata di calore che da oltre un mese sta sferzando buona parte dei Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo è la prova più evidente degli sconvolgimenti climatici che stanno portando il Pianeta ad un punto di non ritorno. Nella sola Italia da gennaio sono bruciati oltre 100mila ettari di foreste, quattro volte tanto rispetto agli anni precedenti.

A definire nel dettaglio questa situazione catastrofica è stata la presentazione a Ginevra del Climate Change 2021: the Physical Science Basis, prima parte del sesto rapporto redatto dal gruppo intergovernativo denominato IPCC, con l’approvazione di 195 Paesi aderenti alle Nazioni Unite. Un documento destinato a rivoluzionare le logiche industriali, la pianificazione agricola ed i comportamenti individuali di miliardi di persone, pena l’estinzione definitiva di migliaia di specie di flora e fauna, compresa la nostra.

L’odierno rapporto è un codice rosso per l’umanità” ha sentenziato il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres, aggiungendo che “da questo momento deve suonare una campana a morte per il carbone ed i combustibili fossili, i maggiori responsabili dell’innalzamento delle temperature che stanno distruggendo il nostro Pianeta”.

La lista nera dei disastri causati dal modello di sviluppo intrapreso dall’umanità nell’ultimo mezzo secolo è infinita ma un capitolo speciale deve inevitabilmente riguardare i ghiacciai ed il conseguente innalzamento del livello del mare. Solo negli ultimi due decenni lo scioglimento dei ghiacciai è accelerato su scala globale perdendo una superficie di 267 miliardi di tonnellate con un’accelerazione del 130%. Un fenomeno che inevitabilmente si ripercuote sull’innalzamento dei mari, comportando alluvioni e fenomeni di erosione lungo le regioni costiere e portando alla sommersione nel medio periodo di interi arcipelaghi soprattutto nella regione del Pacifico del Sud, dove migliaia di atolli si ergono di pochi metri sul livello del mare.

Ma anche il Mediterraneo è destinato a pagare enormi conseguenze. Il Mare di Mezzo sta diventando una regione sempre più arida e vulnerabile di fronte a siccità ed incendi boschivi , come dimostrano le recenti devastazioni causate dal fuoco in Sardegna,  Sicilia, Grecia e sulla costa meridionale turca.

Limitare l’innalzamento della temperatura deve dunque diventare un imperativo assoluto. Secondo la professoressa Valerie Masson-Delmotte, copresidente del gruppo di lavoro dell’IPCC[1], con le stime odierne che prevedono un incremento delle temperature di un grado e mezzo, sono all’ordine del giorno ondate di calore che determinano stagioni calde più lunghe ed inverni più freddi e brevi mentre, se non si agirà rapidamente e con determinazione, con un riscaldamento globale di due gradi celsius, gli innalzamenti di calore raggiungerebbero soglie di tolleranza al limite del sostenibile per l’agricoltura e per la salute degli esseri viventi.

Secondo il documento redatto dagli esperti climatici, le emissioni di gas serra provenienti dalle attività umane sono responsabili di 1,1 gradi di riscaldamento rispetto al periodo 1850-1900, l’era della rivoluzione industriale foraggiata soprattutto da combustibili fossili. Urge dunque un nuovo modello di sviluppo sostenibile, tema che sarà al centro del prossimo round dell’assemblea di scienziati che produrrà un nuovo documento entro il mese di febbraio del prossimo anno ed un altro studio il mese successivo dello stesso anno. Nel mezzo l’appuntamento della COP26 in programma a Glasgow in Scozia a novembre. Un vertice cruciale dopo il sostanziale fallimento del G20 dedicato al clima tenutosi a Napoli lo scorso luglio. Nella città partenopea infatti la volontà dei Paesi occidentali di bandire definitivamente l’utilizzo del carbone nelle attività industriali si è scontrata con il veto imposto soprattutto da Russia, Cina ed India le cui economie, per raggiungere gli standard di benessere previsti, hanno ancora bisogno nel medio periodo dell’utilizzo del combustibile fossile.

Un muro contro muro destinato a condizionare anche i vertici futuri e la volontà dei Paesi più virtuosi nel nome del vecchio mantra: se il Pianeta è in queste condizioni è perché per oltre un secolo proprio le Nazioni occidentali hanno devastato il clima con modelli di sviluppo che adesso vorrebbero bandire. La strada dunque per un ragionevole compromesso è condizionata dall’epoca in cui la Storia la facevamo “Noi” a discapito degli “Altri”.


[1] Gruppo intergovernativo per il cambiamento climatico

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