Mancano le materie prime, un problema per la ripresa economica

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Una grave situazione preoccupante sui mercati internazionali

Senza dubbio il Covid, nonostante i morti e i disagi, secondo alcune stime ex post, ha fatto bene almeno alla economia italiana.

Si parla addirittura, senza esagerare, di una specie di boom economico che ricorderebbe gli anni ’70, ma secondo alcuni analisti finanziari, non è ancora una ripresa strutturata, quanto di un rimbalzo tecnico dopo il suo crollo vertiginoso.

Comunque, nonostante i tanti menagramo e anche gli scettici, il nostro Paese, se tutto va bene, si avvia ad essere un interlocutore importante per quel salto di qualità voluto dall’Europa, il Green deal, ovvero la transizione verde, un’occasione con molte possibilità perché ciò avvenga.

Ma c’è un problema non da poco per lo sviluppo, non solo italiano, anche internazionale, che può diventare la famosa pietra d’inciampo nel cammino della economia mondiale e, dunque, anche nostra.

Parliamo delle materie prime o, come dicono nel mondo finanziario, “commodities” che già scarseggiano nel mondo ostacolando uno sviluppo economico di grande respiro.

Una situazione molto seria che richiederebbe una vera e autentica politica estera europea forte e più incisiva che purtroppo ancora non esiste.

Una Europa veramente unita avrebbe la forza per stilare accordi con i Paesi produttori di queste materie fondamentali per la nostra industria come ha fatto la Cina, già da molti anni, sullo scenario geo-economico accaparrandosi molte materie prime a cui solo ora il commissario europeo Thierry Breton sta dedicando la sua attenzione.

È da porsi allora la domanda: cosa accadrebbe alle economie sviluppate, se incorressero in una scarsità di materie prime?

In questo ambito è bene segnalare che queste sui mercati internazionali si pagano in dollari insieme ad un macro incremento dei prezzi.

Pensiamo a materie cardine nel sistema industriale che hanno visto lievitare i loro costi nell’anno 2020 / 2021 come il rame +43% e il ferro addirittura +79%, si stima che per l’anno ancora in corso ci sarà un aumento per quanto riguarda la siderurgia, come i laminati, +104%, il legname al 87%, così la cellulosa e il cotone rispettivamente del 39% e del 33 %.

Come si vede, il problema è assai complesso, e per questo è importante avere dai Ministeri impegnati nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) una stima, anche se approssimata, sul fabbisogno e sui costi della materie necessarie allo sviluppo, quantificando il passaggio dalla filiera produttiva, attraverso le imprese per arrivare infine ai consumatori.

Il problema che diventa strategico insieme alla scarsità di altre risorse creando problemi gravi, se non risolti in breve, a tutto il sistema di infrastrutture economiche dell’economia occidentale di cui anche noi siamo parte.

Su questo tema c’è un intervento preoccupante della Confindustria dove segnala che a causa della scarsità delle materie prime, i costi sicuramente lieviteranno e, dunque, saremo per questo sempre meno competitivi sui mercati internazionali.

Una situazione che si accentuerà quando dovremo attuare le richieste dell’Europa per il Recovery Fund attraverso il PNRR, sempre che, per un colpo di fortuna la situazione internazionale si normalizzi, cosa peraltro assai lontana in questo periodo storico.

Togliendo per adesso le speranze di una situazione globale accettabile, il problema delle materie prime comincia a farsi sentire.

In Italia, la loro mancanza e l’aumento dei prezzi ha già innescato una espansione dei tempi di consegna creando problemi sia per chi vende e sia per chi compra con il risultato di aumenti importanti dei prezzi dei prodotti finiti con una sensibile riduzione dei margini di profitto.

Dando uno sguardo sommario alle prime necessità abbiamo, ad esempio, quelle di proteggere il valore e le infrastrutture più critiche, assicurandol’accesso alle materie prime di importanza determinante (sono ben 30 le materie prime classificate dalla Ue), preservando primi tra tuttii sistemi fondamentali per la comunicazione. 

La soluzione potrebbe essere un aumento della conservazione in deposito di queste materie (sempre che si trovino), ma se da un lato questo potrebbe fornire materie quando queste scarseggiano sul mercato, dall’altro, oltre i costi di stoccaggio, c’è il costo del rischio di pagare prezzi più alti per il loro approvvigionamento.

Una situazione complessa che si può allargare a macchia d’olio anche nei confronti dei lavoratori creando un disagio sociale molto grave, infatti, se l’impresa per mancanza di materie prime sospende la produzione e mette in cassa integrazione i lavoratori, si genera un danno per l’impresa, per i lavoratori e per i consumatori finali.

Una catena senza via d’uscita e le previsioni dei prezzi stimati dall’Europa non sono rosei si parla già, dopo il boom, di un rallentamento della crescita.

A questo punto è il caso di dire: “Europa se ci sei batti un colpo” dobbiamo fare fronte comune per avere una relativa indipendenza di approvvigionamento di materie prime per una duplice fragilità quella della produzione industriale e quella valutaria, non dimentichiamo, come abbiamo già segnalato, che tutte queste materie sono vendute in dollari.

Secondo molti analisti, l’Europa potrebbe intraprendere molti partenariati con i Paesi che detengono questa ricchezza mineraria e fissare di fatto i prezzi in euro facendo compiere alla nostra valuta un grande balzo in avanti come terzo polo nel quadro economico internazionale, ma forse siamo già in forte ritardo.

La Cina ha già intrapreso con successo da molti anni la rivalutazione della sua valuta per scambi internazionali, il Renmimbi, una valuta che ben presto potrebbe sostituire il dollaro, almeno nel Sud Est asiatio con tutto quello che questo può comportare per la stabilità economica e politica dell’intero Pianeta.

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