Emigrazione ieri, oggi e domani

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La questione di persone che si trasferiscono, singolarmente o in massa, sul suolo di altra nazione  ha dato luogo al sempre  più ampio e complicato discorso sull’immigrazione.

Spesso, a causa di violenti massacri la fuga dal proprio paese rappresenta l’unica ancora di salvezza. Una prima causa delle migrazioni è quindi la fuga in massa dal pericolo di stragi.

Altra causa è la miseria nel paese in cui si vive, che induce i singoli ad individuare un paese più ricco per migliorare la qualità della loro vita.

Quindi la violenza politica e le disuguaglianze economiche sono da sempre le cause principali del volontario fenomeno migratorio.

Ma esiste anche una migrazione forzata: schiavi, prigionieri di guerra, esiliati, che sono costretti con la forza ad abbandonare il proprio paese verso terre loro sconosciute.

Tralasciando di considerare il fenomeno degli spostamenti di massa verso i nuovi continenti (colonialismo) è da notare come in Europa nel Medioevo si fosse assistito ad una  diffusa mobilità transnazionale attraverso la  presenza di vagabondi ed emarginati che si spostavano da un luogo ad altro del continente, fenomeno che è valso a sollecitare la pratica cristiana della carità.

Fenomeno che a tutt’oggi, tuttavia, ha interessato solo l’assetto sociale, non essendo stato ancora ufficializzato attraverso la legislazione statale.

Il primo Stato ad intervenire in materia fu il Regno di Napoli,  sempre all’avanguardia del progressoambìta meta di immigrazione prima di essere cancellato e ridotto a periferia degradata dell’Europa.

Ferdinando I di Borbone, re delle Due Sicilie, con una semplice e chiara legge di soli tre articoli, emanata il 17 dicembre 1817, ha per primo affermato il principio dell’accoglienza agli stranieri che potevano essere utili allo Stato.

Con tale provvedimento concesse la cittadinanza a  tutti gli stranieri che, domiciliati da almeno un anno consecutivo nel territorio del regno, avevano o avrebbero reso importanti servizi allo Stato, ovvero portato dentro lo Stato invenzioni, o industrie utili; come pure agli stranieri che avessero acquistato nel regno beni stabili, sui quali graviti un peso fondiario di almeno cento ducati all’anno.

Il beneficio è concesso anche agli stranieri che avevano mantenuto la residenza nel regno per dieci anni consecutivi, e dimostrato di avere onesti mezzi di sussistenza; o che, avendo sposata una nazionale, vi avevano  la residenza per cinque anni consecutivi.

Il criterio fondamentale è che per poter acquisire la cittadinanza si deve essere concretamente utili al progresso e all’arricchimento dello Stato e in nessun caso può aversi un problema sociale o un peso economico per lo Stato.

Purtroppo, la legge sull’immigrazione non fu duratura perché il 15 ottobre 1860 le truppe piemontesi oltrepassarono il Tronto, invadendo il Regno delle Due Sicilie e dando luogo alla strenua resistenza delle truppe borboniche asserragliate nella fortezza di Civitella sino al 20 marzo 1861, quando ormai era caduta anche la resistenza a Gaeta (13 febbraio 1861). Non esistendo più uno stato per cui combattere e temendo le rappresaglie dei piemontesi, gli sbandati dell’esercito borbonico cercarono scampo, assieme a cittadini abruzzesi, nelle terre di confine dello Stato Pontificio, in particolare a Filettino.   

 Secondo quanto racconta lo storico mons. Filippo Caraffa, il continuo affluire di regnicoli preoccupò le autorità pontificie, che il 20 luglio 1863 ordinarono che tutti coloro che non disponevano di mezzi economici dovevano essere rimpatriati ovvero trasferiti in un campo di concentramento presso Viterbo.

Anche per lo Stato Pontificio dunque  il criterio dell’accoglienza veniva basato sul principio dell’utilità e del     progresso e all’arricchimento dello Stato escludendo che la migrazione possa rappresentare un problema sociale o un peso economico: la logica della “immigrazione scelta” anziché quella “subita”.

Occupato dai piemontesi anche lo Stato pontificio,  non si presentò più nella penisola italiana  un fenomeno immigratorio, anzi avvenne l’opposto con una massiccia emigrazione degli italiani, dapprima verso i nuovi Continenti e, alla fine della seconda guerra mondiale, verso il Nord Europa.

Fu negli anni 70 che si cominciò a verificare un intenso fenomeno di immigrazione in Italia da paesi più sfavoriti afflitti da ristagno economico, crescita demografica, violenza sociale e instabilità politica.

Tuttavia ci son voluti ben duecento anni che alla  legge del Regno delle Due Sicilie seguisse in Italia  una organica normativa  sull’emigrazione con la c.d. legge Turco – Napolitano   del 6 marzo 1998 n. 40   via via integrata e modificata fino a giungere al D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con   L. 18 dicembre 2020, n. 173.

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