
Dalla mancanza di un legittimo futuro si sfocia nella violenza
Per anni, vedendo i telefilm americani, ci siamo imbattuti in storie di gang, spesso formate anche da ragazzi minorenni, uniti solo dal credo della violenza spesso gratuita, una maniera per rinsaldare una superiorità e un loro potere, ma ovviamente nulla di più falso, perché molti di essi finiscono, anche nella vita reale, in carcere, quando gli va bene, o con qualche pallottola in corpo.
Storie che lasciavano, a chi come noi viveva dall’altra parte dell’Atlantico, impressionati di come poteva nascere e svilupparsi tanta violenza specialmente tra i giovani e giovanissimi, quest’ultimi alla ricerca di una loro identità adolescenziale, ma non per questo meno aggressivi.
Eppure, qualcosa di simile è accaduto anche da noi. Improvvisamente ci siamo accorti che esistevano nelle nostre città le gang giovanili che sfociavano poi in atti di violenza e di aggressività.
La sera del 3 giugno del 2017 a Torino, pochi ragazzi hanno messo a ferro e fuoco la zona della centralissima piazza San Carlo dove si erano radunati pacificamente migliaia di giovani per seguire sui max schermi la partita della Juve contro il Real Madrid per la Champions League.
I fatti li conosciamo tutti: usando inizialmente uno spray urticante per creare il caos e poter solo rubare mordi e fuggi, ma la situazione in breve è andata fuori controllo trasformandosi in una vera tragedia, con la morte di tre persone e oltre 1500 feriti.
Da quel giorno si sono ripetuti numerosi atti di violenza giovanile in numerose città, inizialmente verso altri coetanei per rubare loro abbigliamento firmato o cellullari, per poi passare a saccheggiare nei grandi magazzini sempre con la tecnica del caos e del terrore.
Senza ridimensionare il fenomeno nella sua pericolosità, bisogna aggiungere che, nonostante alcuni titoli di giornale allarmistici, il nostro Codice di Procedura Penale minorile, con 30 anni di attuazione, ha avuto fortunatamente riscontri specialmente sulla prevenzione.
La repressione fine a se stessa, nella quasi totalità dei casi, non funziona.
In Italia i reati minorili sono diminuiti perché il nostro sistema penale non ha come scopo solo di punire tanto i ragazzi reclusi in carcere, che per loro va detto rimane l’extrema ratio, sono un numero modesto.
Vediamo, dunque, le cifre che disegnano la situazione al 2020: la gravità dei reati ad opera di minori è decisamente in calo da anni: sono 450 minori, o giovani fino a 25 anni, che hanno commesso un reato sotto i 18 anni e l’85% dei giovani negli istituti di pena minorile compie reati contro il patrimonio e sono ancora pochi i reati contro la persona, dunque, numeri lontani dalle gang europee o statunitensi.
Queste statistiche non indicano certamente di abbassare la guardia o, peggio, trascurare un problema che domani può diventare una minaccia seria per la società, ma non è giusto neanche giusto creare nella popolazione allarmismo come se le gang fossero composti da migliaia di giovani armati di tutto punto, in realtà poco più di qualche di qualche centinaio spalmato sull’intera Penisola.
A differenza di quelle americane, da noi le bande giovanili, almeno per quanto ne sappiamo, sono aperte, cioè si può entrare e uscire a piacimento, non ci sono giuramenti di sangue, l’età in cui i minori eseguono reati principalmente contro il patrimonio è tra i 16-17anni per ridursi poi tra i 18-19 di età.
Sono gruppi che si formano attorno ad un leader, un giorno si partecipa ad una rapina con un gruppo e il giorno dopo scateni una maxi rissa con un altro.
Studi sociologici indicano differenze assai marcate in questa devianza giovanile, infatti ci sono gruppi di strada che possono essere confusi con le bande veramente criminali, ma che sono spesso solo “gruppi identitari” di figli immigrati insieme a ragazzi italiani che imitano nell’abbigliamento le vere e proprie gang dei loro Paesi di origine come i latinos, per esempio, sono i cosiddetti figli della seconda o terza generazione che non riesce ad integrarsi nel tessuto sociale ed economico delle città.
Una realtà spesso misconosciuta, con decenni di colpevole incuria del problema e di un disagio sempre più dilagante tra i giovani che spesso non hanno genitori e se li hanno questi ultimi sono troppo impegnati per vivere una quotidianità a volte drammatica per seguire i ragazzi che, in questo modo, soffrono la mancanza di figure adulte su cui contare.
A tutto questo bisogna aggiungere l’abbandono della scuola dell’obbligo e se, non trovano un lavoro, sono lasciati a se stessi in maniera esponenziale che si manifesta con atteggiamenti prepotenti e di violenza gratuita verso coetanei più fortunati a cui vanno aggiunti fenomeni di bullismo, peculiarità spesso presente proprio nella devianza giovanile.
Per aggregarsi occorre però, come già accade, creare un nuovo linguaggio o, meglio, una nuova cultura specialmente nella neo lingua sorta spontaneamente, oltre ad un francese sui generis, si usano anche neo lingue che sommano l’arabo con l’italiano o con lo spagnolo creando così anche un codice che solo tra di loro si possono intendere e per sentirsi più forti nell’affrontare una vita che certo non è facile.
Si parla di criminalità che va arginata, ma senza dimenticare, come abbiamo accennato, che spesso nasce dal disagio sociale a cui vanno date delle risposte anche urgenti se non si vuole trasformare dei giovani in disadattati tutta la vita.
Purtroppo, a nostro avviso, fintanto che alcuni esperti continuano a parlare di delinquenza fisiologica, come se delinquere fosse una cosa naturale e non invece di emergenza sociale, questa generazione non potrà essere assistita e aiutata ad uscire da una gabbia esistenziale chiamata violenza.
