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L’Italia si misura con la guerra

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Tra dimenticanze, negazioni, voli pindarici, retromarce

Gli avvenimenti che hanno preso avvio sul finire di febbraio, di notte come si addice al malaffare, nei confronti dell’Ucraina, hanno messo a dura prova il sistema politico italiano, la sua economia e anche il sentire sociale. È come se il vento gelido e tagliente della steppa, quel burian che spesso i meteorologi ci ricordano nelle previsioni del tempo, ci avesse attanagliato le ossa e raffredato improvivsamente il sangue. Per superare questo momento di smarrimento come sempre ci siamo tutti messi alla ricrerca delle notizie e delle immagini di questo nuovo orrore, di quella guerra che ha devastato il secolo breve ma le cui propaggini sembrano non volerci abbandonare neppure oggi!

Di fronte alle immagini delle esplosioni in diretta, ai palazzi distrutti, ai rifugi antiaerei pieni di donne e bambini, alla turpe iattanza di chi marcia su altri uomini e mitraglia bambini di otto anni che si frappongono soltanto per essersi trovati sulla linea di tiro, a chi bombarda con precisione dall’alto, quasi immune dai risultati, e a chi trova in uomini singoli, quasi disarmati in confronto, una sorta di baluardo di difesa sino al sacrificio della vita pur non capendo il perché di quello che accade, non si può restare insensibili. Si ha la netta sensazione (al di là della barbarie mentale di alcuni) che qualcosa non torni in quello che si sta verificando dinanzi ai nostri occhi, nelle nostre menti. Come sempre la guerra nella sua accezione più tragica ci porta a riflettere su cosa accade, cercando di dare un senso all’insensato.

Per la politica italiana è stato un brusco risveglio. Ancora impantanati nello stato di emergenza sanitaria della pandemia, forse al suo tramonto, abbiamo visto in una notte cambiare l’orizzonte del presente nel quale viviamo. Come sempre per alcuni, pochi invero, la sveglia è stata un riflesso condizionato come se quel “sol dell’avvenire” si manifestasse di nuovo. Ciechi ed occhiuti strumenti di rapina e di dolore, di violenza dell’uomo contro l’uomo, in nome però non della grande patria sovietica, ma di una visione imperiale zarista, con la sua magnificenza e il suo distacco dalle genti, quelle stesse alle quali si fa riferimento. La plastica visione dei saloni immacolati del Cremlino dove un uomo solo si aggira lontano da tutti e da tutto non può non far tornare alla mente quel capolavoro che è “Il grande dittatore”  di Charlie Chaplin dove un uomo solo immagina se stesso proiettato in un eterno presente della sua grandezza, fugace e fragile come il mappamondo che poi, realisticamente, gli esplode in faccia!

Sembra un incubo ma è la realtà dei nostri giorni. La politica italiana, dunque, si è svegliata diversa oltre le stesse volontà personali. Destra e sinistra si sono dovute misurare con qualcosa di impossibile da immaginare qualche ora prima.

Molti nel nostro paese, chi per imperitura colleganza mentale, chi per opportunità ed interessi presenti hanno avuto sino a ieri simpatia e vicinanza anche reale al grande paese indicando nel suo capo una guida saggia e capace di guardare al futuro comune di quell’orizzonte europeo che sembrava accomunarci, hanno ricevuto come si suol dire una sberla a mano piena in volto, svegliandosi all’improvviso con una dura e tragica realtà. Senza giustificazione e valore alcuno.

Da qui è cominciata dunque la retromarcia e la necessità di ricordare che la nostra piccola Italia si vuole sia paese democratico e alieno dalla guerra come mezzo di offesa (ricordando la Costituzione) e dunque debba contrapporsi come dovere morale al sopruso e alla negazione del diritto delle genti.

In poco tempo la volontà nazionale è divenuta quella di opporsi alla barbarie, alla tragicità di un’aggressione immotivata (con qualche timida resistenza in tema di sanzioni) portata avanti con sprezzo della vita dei propri stessi soldati, utilizzando bande di paramilitari abituati alla soppressione fisica degli oppositori e provenienti da quel Caucaso che Europa non si può definire appieno (un atteggiamento che ricorda la consuetutine austroungarica di inviare in ogni paese militari di altre etnie lontani dal territorio nel quale si trovavano ad operare e perciò incapaci di comprendere).

Il Governo, in sintonia con le Istituzioni europee, ha assunto precisi impegni anche in tema di difesa del paese invaso. Un cambiamento epocale soprattutto per quella Unione Europea, insieme di paesi gelosi della propria indipendenza e difesa, ma da soli assolutamente incapaci di incidere in una realtà così grave e alle nostre porte.

Se sapremo gestire e mantenere l’impegno sino alla conclusione di questa guerra di aggressione ce lo dirà il futuro prossimo, quasi presente potremmo dire, come riuscire a fermare le armi e riportare il confronto/dissidio in atto nelle maglie della diplomazia e della ricerca di soluzioni che impediscano da oggi, anzi da ieri, che simili vergogne internazionali possano ancora albergare nelle menti e nelle azioni di qualcuno!        

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