
Tre milioni di giovani non lavorano e molti neanche non lo cercano
L’Italia si sta dirigendo in maniera decisa verso una grave marginalità, non solo politica, rispetto ad altre nazione europee, ma anche di carattere economico; una marginalità che nel giro di una generazione, o forse meno, ci metterà nel classico angolo della storia.
Non parliamo solo della crisi dei mercati che attanaglia un po’ tutto il globo, come mancanza di materie prime o del gas; questi sono problemi che troveranno la loro soluzione, mentre per quelli italici non si intravede una soluzione a breve; anzi per ora non ce l’hanno proprio.
Ci riferiamo al dramma dei giovani e la mancanza di lavoro; con l’aggravante che quest’ultimo ci sarebbe pure, e forse anche di buon livello, ma manca la formazione, l’approfondimento e, non l’ultimo, lo spirito di sacrificio.
Non è raro infatti sentire piccoli e grandi imprenditori che vorrebbero assumerne e che si sentono rivolgere dai candidati, tra le prime domande, oltre a qual’è lo stipendio, qual’è l’orario e quali le ferie.
Sul tema del lavoro scriveva il giornalista Leo Longanesi circa sessant’anni fa:” Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo”.
Al di là degli aforismi, sono questi elementi che portano la nazione, insieme al grave calo della natalità, verso un futuro assai scuro, tendente al nero.
In cinquant’anni abbiamo perso, senza rimpiazzarli, 12 milioni di abitanti, ciò significa meno mano d’opera, meno produzione e, quindi, crisi economica e se non si ricorre a soluzioni valide non c’è alcuna speranza per il futuro, ma solo pessimismo.
Quando si parla dei giovani e il lavoro (si intendono dai 15 ai 34 anni, ndr) bisogna partire dalle cifre e così l’Istat ci informa che sono esattamente 3 milioni e 47 mila giovani che non studiano, che hanno lasciato la scuola dopo la terza media e non sono inseriti in alcun percorso formativo e, tanto per scoraggiarci ancora di più, abbiamo la media più alta in negativo di tutta l’Unione europea surclassati anche da Grecia, Bulgaria e Romania.
Per usare una definizione di Mario Draghi, “è una generazione perduta” nella quale troviamo subito, purtroppo, un altro primato italiano di questi giovani sfiduciati; poco più della metà sono donne, una percentuale che è un terzo dei giovani in tutta l’Unione Europea con gli stessi problemi.
Sfortunatamente, per inciso, non è una novità che la maggior parte di questi giovani si trova nel nostro Mezzogiorno con addirittura il 30% in Sicilia seguita dalla Calabria e Campania rispettivamente con 28% e 27 %.
A queste cifre va aggiunto che un milione di essi si stanno dando da fare per cercarlo, mentre il doppio di loro, due milioni, neanche lo cerca, chiedendo però aiuti allo Stato, cioè a coloro che lavorano in una situazione che, già è grave, diventa allarmante con la recessione economica sempre più stringente di cui non si vede la fine per le cause che tutti conosciamo.
A questo punto sorge spontanea una domanda: può un Paese che vuole rimanere in uno standard di progresso e sviluppo economico fare di questa ricchezza una specie di zavorra proprio quando vengono a mancare le risorse umane come accennavamo prima?
Come sentivo dire tempo fa in televisione su questo argomento, oggi sforniamo nel mondo del lavoro solo manovalanza, spesso senza contratto e a lavoro nero, quando avremmo invece bisogno di grandi professionalità, importanti per le professioni collegate all’innovazione tecnologica come: ingegneri, matematici, informatici, statistici, fisici, chimici, esperti di cyber security, neuro scienziati e tutta quella schiera di professioni che fanno il successo di una nazione.
E pensare che di queste persone l’Italia ne avrebbe anche a sufficienza, ma, giustamente, vista la situazione generale del Paese, vanno all’estero, non lasciando, ovviamente, nessun ricambio professionale.
Se guardiamo indietro, alle varie iniziative per ridare fiducia e lavoro ai giovani, osserviamo che sono state tutte fallimentari, non ultimo il reddito di cittadinanza per il quale, per carità di patria, stendiamo un pietoso velo.
Un conto è aiutare le persone in grave disagio, altro è mantenere, senza alcuna prospettiva di lavoro una forza, come quella giovanile, per di più impoverendo i già magri bilanci statali spendendo di fatto miliardi per il nulla.
Nella politica, come sempre la povertà è ormai la prima scusa che permette poi ai vari governi di gettare via i soldi.
Un problema che va risolto nel più breve tempo possibile prima che diventi un problema e una ribellione sociale con sviluppi che possono sfuggire di mano.
Un eventualità di cui l’Italia non ha certo bisogno.
