Equilibrismo antistorico

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La frattura epocale della politica italiana sulla Russia

È surreale, se non fosse tragico per quanto avviene alle porte dell’Europa, anzi nell’Europa stessa quale idea di civiltà, che nella politica italiana esista un atteggiamento filorusso in formazioni politiche o in partiti dove tutto questo dovrebbe essere contro la storia e contro la logica. Ci si aspetterebbe una posizione pro Mosca in quelle che sono le formazioni politiche che si richiamano alla sinistra nel suo insieme, eredi di quel retaggio “rivoluzionario” che nell’Urss ebbe per qualche decennio il suo fulcro prima dell’involuzione autoritaria ed oppressiva (a dire il vero quasi dall’inizio).

Se non fossimo il paese che diede i natali a Niccolò Machiavelli, la cui storpiatura del cognome diede origine ad una sorta di habitus fatto di realismo, di opportunismo, di doppiopesismo e doppiogiochismo, qualche perplessità sarebbe opportuna e salutare. Il dato storico ci dice però che il cammino periglioso e difficile con il quale il nostro paese giunse alla sua unità territoriale e poi politica (mai compiutamente realizzata) diede origine ad una capacità di adattamento che giunta al suo culmine divenne soprattutto cinismo nell’affrontare le evoluzioni storiche, equilibrismo deteriore. Un vizio che accomuna tutte le cosiddette anime delle quali in qualche misura la politica attuale alimenta il suo background storico, in un sostanziale e confuso affastellamento ideologico e pratico.

Non stupisce allora constatare che i sentimenti filorussi (non più filo sovietici) alberghino in larga parte di quello che possiamo definire centrodestra con le sue diverse declinazioni. Esiste quello nazionalistico dove nel vedere gli italiani come prima scelta, la concezione autoritaria e dirigista di chi siede al Cremlino esercita un fascino indubbio nello sciogliere in modo illiberare qualasiasi forma di politica non consona; esiste poi quello federalista (e in un recesso per fortuna remoto anche secessionista) che vede in Mosca un baluardo a difesa di un’idea centrata sulle differenze e le separatezze. Infine, vi è quello liberale, dove la contiguità con la Russia è stata declinata sul versante economico –finanziario immaginando con questo esperdiente di avvicinare il grande paese all’Europa dei commerci e dei traffici.

Se questa lettura in qualche modo aiuta a comprendere quello che dovrebbe essere incomprensibile ed inaccettabile, più complesso è capire che cosa possa avvicinare a Mosca i pentastellati. Qui abbiamo due grandi problemi: da un lato capire che cosa sia o sia rimasto del movimento grillino e poi tentare di tradurre in semplicità il perché di un atteggiamento ambiguo che è composto di antiatlantismo, antiamericanismo, antieuropeismo (sfumato ma presente), populismo roboante ma confuso nelle premesse e nelle conclusioni. Ecco allora che senza riuscire ad avere una spiegazione soddisfacente si capisce come “un po’ per celia e un po’ per non morir” come sottolinea l’antico adagio, il neoleader Conte, soddisfatto del plebiscito a suo favore degli iscritti (non si sa quanti in realtà, con quali procedure e via dicendo) abbia assunto un atteggiamento politico contrario all’aumento al 2 per cento delle spese militari dinanzi alla crisi ucraina da parte del governo italiano.

Per chi si ostina come molti italiani a sapere sempre dove gli altri sbagliano, occorre ricordare che sin dal governo gialloverde, poi giallorosso (senza riferimenti calcistici) e per una sorta di pacta da serbare per essere un paese affidabile, la linea di incremento del budget militare sia e sia stato impegno preciso negli ultimi decenni da parte della Nato nel suo insieme e quindi da parte dei suoi membri. Che ora di fronte alla crisi ucraina che è crisi epocale per l’Occidente a confronto con le altre realtà mondiali, si pensi di assumere posizioni in contrasto netto con quanto in passato garantito, se non fosse folle, sarebbe strumentale e grave. Perché consiste nel privilegiare verso la propria area atteggiamenti “diversi” dalla logica, dalla real politick e dal buon senso. Siamo sempre nel solco titipacamente italico del non con questo né con l’altro! O, ancora meglio, con questo in questo momento e con l’altro nell’altro momento. Risulta comprensibile forse in una logica di sopravvivenza ma non certo in quella di un movimento che da molti anni, entrato nelle istituzioni, ha avuto ed ha ancora in qualche misura grandi responsabilità verso il popolo italiano e verso il Governo e le Istituzioni nazionali.

Questo excursus non può dimenticare il Pd e i gruppi minori che si situano in una prospettiva per così dire di centrosinistra. Qui siamo nel momento più basso e difficile dei rapporti con i grillini che una certa sinistra voleva vicini e forse da annettere al disegno comune. Per il Pd ogni giorno che passa dimostra come la disillusione sia pesante e senza molte possibilità di recupero. Il voler essere come partito, per il Pd, perno e garanzia delle istituzioni, oltre ad apparire un ricordo del passato è anche una sfida perenne contro ogni forma di sfascismo. Soltanto che perseguire scopi di stabilità e di maggiore rappresentanza nel Paese non può passare per tattiche e mezzucci per restare con le leve di comando, comunque, ma attraverso una chiara e sana politica senza se e senza ma nei confronti di qualsiasi forma di derive populistiche. Un compito che nessuno gli può togliere né assolvere al suo posto ma che deve essere di nuovo in grado di esercitare senza tatticismi e giochi di corridoio. La posizione netta nei confronti della costruzione europea, il ribadire la volontà di essere e contare nelle isituzioni comuni mostra che la direzione è netta. La difesa del concetto di indipendenza e sovranità ucraina come punto irrinunciabile di partenza per chiudere la stagione orribile della guerra è un altro punto forte. Ed è singolare per quanto precede che questa posizione politica appaia in coloro che nei decenni hanno avuto prossimità con quella che era Urss e area sovietica. È evidente che la Russia di oggi non abbia caratteristiche condivisibili e comparabili con la sua stessa storia nel Novecento.  

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