Cultura

Gli animali sono spesso più sensibili di noi davanti alla morte

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Il rispetto per la fine di un essere vivente è un valore universale

Anni fa avevo due gatti; uno di razza e l’altro era un ‘trovatello’. Dopo i primi giorni di sguardi sospettosi, di piccole e brevi zuffe, tra i due si instaurò un rapporto di grande amicizia così che dove c’era l’uno c’era sempre l’altro, insomma, vivevano in una specie di simbiosi. Un triste giorno il ‘trovatello’ fu colpito da una grave forma di tumore e dopo grandi sofferenze morì. In tutti quei giorni l’altro gatto non si è mai spostato dal suo amico malato e quando è morto, non solo ha dormito sempre nella sua cuccia, ma in breve ha cominciato a rifiutare il cibo e a non muoversi quasi più.

Viveva il suo dolore per la perdita della persona cara, ma ciò che è peggio, e che ancora mi strazia il cuore, in breve, nel giro di pochi mesi, si è lasciato semplicemente morire dal dolore.

Non so se in questa storia ci ho messo le mie emozioni, ma sta di fatto che ho potuto vedere come il dolore per una perdita di un proprio caro possa influire anche sugli animali. È stata per me una grande lezione di vita e ho capito come i nostri amici a quattro zampe non sono alieni da noi, ma parte emotiva della nostra vita.              

Spesso sentiamo dire che ciò che divide gli esseri umani dagli animali, è il senso della morte.

Per noi questo evento è il passaggio in un’altra dimensione, di qualcosa di etereo che chiamiamo anima che lascia su questa terra un corpo ormai vuoto, in balia degli elementi, un viaggio al quale bisogna aggiungere tutto quel bagaglio spirituale e religioso che accompagna la morte nei suoi vari stadi, mentre per gli animali, almeno secondo ciò che noi riusciamo a tradurre dai loro gesti, la morte non ha lo stesso concetto, essendo legati al presente e non avendo un idea di un passato o di futuro, vedono, dunque, nel corpo senza vita di un loro compagno solo uno stato di totale ignavia dopo di che lasciano quel corpo, ormai immobile, per proseguire il loro viaggio.

Il filosofo Cartesio affermava che gli animali erano solo “meccanismi” o “automi”, per Giambattista Vico ciò che separa gli esseri umani dagli animali è la sepoltura dei morti, per Montesquieu gli animali soffrono la morte, ma non sanno cosa sia e, infine, per Jean-Jacques Rousseau: “Un animale non saprà mai cosa significa morire – e prosegue – la conoscenza della morte e dei suoi terrori è una delle prime acquisizioni che l’uomo ha fatto nell’allontanarsi dalla condizione animale“.

In realtà queste sono solo ipotesi perché non abbiamo un dizionario o, meglio, un traduttore simultaneo dei sentimenti animali, possiamo solo interpretarli, spesso senza quella neutralità scientifica essenziale per una ricerca seria, così vi proiettiamo emozioni e pensieri affini a noi, ma gli animali non sono umani e, in questo modo, non possiamo comprendere quali sono i loro veri sentimenti, oserei dire animico spirituale, che agiscono in essi quando vogliamo capirli attraverso il loro agire.

Una branca però più moderna sul comportamento animale sta ribaltando, in questi ultimi anni, una serie di vecchie idee e luoghi comuni, dove cui apprendiamo che negli animali esiste, anche se primitivo, il concetto di morte o almeno del distacco.

Gli animali davanti alla morte operano in modo istintivo, inconsapevole, oppure, quando interagiscono con essa hanno un certo livello di comprensione del concetto di morte?

I corvi, ad esempio, davanti al cadavere di un loro compagno improvvisamente emettono forti richiami cercando di muoverlo con il becco come per svegliarlo oppure, come segnala Susana Monsó, filosofa dell’Universidad Nacional de Educación che ha a lungo studiato il fenomeno, ricorda un avvenimento studiato da lei nel 2015 in Costa D’Avorio, osservando ciò che accadeva in un branco di scimpanzé alla morte di una matriarca.

Il maschio che le era stato compagno per anni proibiva ai giovani di avvicinarsi al cadavere mentre agiva intorno ad esso in una specie di “danza” avvicinandosi ed allontanandosi dal corpo come per custodirlo e difenderlo.

Un comportamento quasi simile è stato osservato negli ippopotami, considerati assi violenti e poco intelligenti, ma davanti al corpo esamine di uno di loro si avvicinano e in circolo cominciano a leccare le ferite che il cadavere, per via della decomposizione, comincia a formare e anche in questo caso gli anziani inibiscono ai più giovani di avvicinarsi, a volte in maniera violenta.

Un rituale che, come per gli scimpanzé, può durare anche dei giorni fino a quando, preso atto della sua fine, si allontanano lasciando la carcassa agli altri abitanti della savana.

Altro rapporto con la morte è dato da madri che non si danno pace della morte di un loro cucciolo e lo trasportano con loro per giorni interi, come i delfini che tengono a galla il loro piccolo morto per alcuni giorni, in proposito, nel 2011, fu osservato una balena beluga portare il suo cucciolo addirittura per una settimana.

L’idea di morte è un accadimento considerato per secoli puramente umano e provare che anche gli animali possono averne una comprensione, anche se in forma minore, indicherebbe che non siamo i soli ad affrontare la nostra mortalità e non è poco. 

Alcuni elementi, come la fatalità e la caducità dell’essere, sono certamente parte del concetto umano di morte.

Citando ancora Susanna MonsóL’essenza di un concetto rudimentale di morte per gli animali ha due elementi fondamentali la non funzionalità e l’irreversibilità”.

Ciò significherebbe che un animale comprende benissimo che la morte rende un individuo non più efficiente e questo stato è certamente irreversibile, concetti assai complessi che ci fanno comprendere come il mondo animale sia assai differente e più complesso di quanto possiamo immaginare.

Quando vediamo un animale, non solo quelli di affezioni, cani o gatti, dobbiamo a provare rispetto per loro, come noi hanno, anche se in maniera differente, i nostri stessi sentimenti e anch’essi hanno da insegnarci, come ogni altro essere vivente, come dobbiamo affrontare la vita e non solo.

In conclusione, seguendo la filosofia pitagorica, per quanto riguarda la metempsicosi, in quel cane che stiamo scacciando o in quell’uccello che stiamo cacciando potrebbe esserci racchiusa l’anima di nostro padre o di nostra madre, pensiamoci, dunque, prima di agire.

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