Società

Anche per i cattolici c’è un giudice a Berlino

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Sempre più casi di discriminazione, di vessazioni nei confronti dei cristiani

Quando una persona viene calpestata nei suoi diritti dal “potere”, con la complicità dei tribunali, vuoi perché è un politico importante, un grande industriale oppure perché di una potente lobby, ma, nonostante tutto questo, c’è ancora un giudice che non teme nessuno e che, legge alla mano, dà ragione alla persona più debole, si dice che “c’è un giudice a Berlino”, ricordando la storia vera del mugnaio che, nel XVIII secolo, osò sfidare l’imperatore Federico di Prussia in merito al suo mulino e che grazie ad un giudice, appunto di Berlino, vinse la causa.

E nei due casi che tratteremo di seguito non uno, ma due sono stati i giudici che hanno dato ragione alla parte debole delle cause il che lascia ben sperare, nonostante i tempi in cui viviamo.

Ma andiamo con ordine.

Il primo caso riguarda una infermiera nigeriana naturalizzata da oltre vent’anni in Gran Bretagna, Mary Onuoha, bullizzata, è il caso di dire, nell’ospedale dove lavorava da anni, il Croydon University Hospital nel sud di Londra.

La sua colpa, per i dirigenti ospedalieri, era molto grave, la donna più volte era stata ripresa per una grave mancanza non certo professionale, dato che era una eccellente infermiera, ma perché non nascondeva una catenina con un crocefisso che teneva sul suo camice.

Un’ offesa, è questa la giustificazione, per chi non era cristiano o non credente e, dunque, quest’atteggiamento non poteva essere accettato; era una violazione del ‘codice di abbigliamento’ ospedaliero (come se la donna andasse a lavoro con volgari minigonne vertiginose. Ndr), e se avesse continuato ad indossare quella croce avrebbe affrontato un’azione disciplinare.

E così fu.

Nonostante le sue proteste nell’affermare la libertà di dichiarare il proprio credo religioso, la donna subì una serie di angherie: venne dapprima rimossa dai vari incarichi professionali fino ad essere relegata a ruoli amministrativi, tutto con continue vessazioni e umiliazioni, tanto che la povera donna nel 2020 fu costretta a dimettersi, pur di mantenere coraggiosamente il suo crocefisso al collo.

Fin qui la storia dei soprusi e adesso ciò che è capitato ha del meraviglioso visti i tempi del politically correct che subiamo in questi disgraziati tempi.

Sostenuta dal team di avvocati del Christian Legal Center, la Onuoha denunciò il suo ex ospedale per le vessazioni subite contro la libertà religiosa di poter manifestar la propria religione portando al collo un crocefisso.

In questo modo la direzione del Croydon University hospital aveva violato il diritto, sancito dall’articolo 9 della Convenzione europea sui diritti umani in merito alla libertà religiosa, subendo una serie di illegalità sul suo posto di lavoro, ai sensi dell’Equality Act inglese del 2010.

Ciò che aveva subito l’infermiera era decisamente un atto contro la sua fede cristiana, il che rendeva la situazione ancora più grave da parte dell’Ospedale dove, nello stesso tempo, si permetteva alle altre infermiere di altre religioni di indossare, ad esempio, il classico velo islamico, lo Hijab, oppure braccialetti, ciondoli religiosi e quant’altro, ma non la croce, questa era considerata una offesa anche se non si sa a chi in particolare.

La sentenza del Tribunale del lavoro ha dato piena ragione all’infermiera e torto all’ospedale per non aver preso in considerazione i diritti religiosi della donna, discriminandola se, come abbiamo segnalato, altre infermiere potevano indossare simboli della loro fede.

Inoltre, la sentenza aggiungeva una frase storica che “impedire ai cristiani di mostrare la croce è stata una caratteristica di campagne di persecuzione ” in tutto il mondo.

La seconda sentenza che ci fa sperare sempre nell’ormai mitico giudice a Berlino, riguarda una coppia di pasticceri di Belfast, i coniugi Mc Arthur, nell’Irlanda del Nord, profondamente cattolici, che si sono rifiutati di preparare una torta con la scritta: “Sostenete il matrimonio gay” perché contro le proprie convinzioni religiose.

La colpa dei due coniugi pasticceri era stata, secondo il loro accusatore, Gareth Lee, tra i leaders dei diritti LGBTI inglesi, un atto discriminatorio sulla base dell’orientamento sessuale e con queste accuse erano stati ritenuti colpevoli sia dal tribunale della contea di Belfast che anche dalla corte di Appello della città.

Ormai non c’era più nulla da fare, i due erano condannati anche a pagare tutte le spese processuali e di danni morali.

Ma i coniugi, da veri irlandesi, non si sono lasciati scoraggiare, pur avendo, non solo i giudici, ma anche parte della stampa contro, la notizia aveva suscitato un certo clamore, accusandoli di essere retaggio di idee medievali ormai superate.

Ma il 10 ottobre del 2018, davanti all’ennesima impugnatura della causa dei due coniugi, l’Alta Corte del Regno Unito dava finalmente loro ragione stabilendo, con una sentenza disposta all’unanimità, che il rifiuto della panetteria di fare una torta con uno slogan a sostegno del matrimonio omosessuale non era discriminatorio.

Insomma, in poche parole ristabiliva una cosa che dovrebbe essere di buon senso come la libertà di parola e la libertà di coscienza di tutti.

Tutto finalmente a posto? Neanche per idea.

Il querelante Gareth Lee contestò la sentenza perché, a suo dire, creava un precedente preoccupante per la comunità gay e, dunque, ricorse niente meno che alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per imporre a dei cattolici, come in questo caso, le proprie idee, ma tutto il sistema accusatorio crollò miseramente in sede di dibattimento, dando ragione ai due coniugi anche perché, secondo la Corte, proprio il ricorso di Lee era del tutto inammissibile.

La storia si è conclusa bene, ma quanto tempo, soldi, stress hanno dovuto spendere in questi anni i coniugi Mc Artur per aver riconosciuti i loro più elementari diritti d’espressione e di coscienza al quale va aggiunto, come caso dell’infermiera, una persecuzione dei propri ideali religiosi.

È una situazione sempre più visibile nei confronti dei cattolici con sempre più numerosi casi che debbono far riflette sulla china che sta prendendo la nostra democrazia e non parliamo di Paesi lontani, ma della moderna ed emancipata Europa, per fortuna, è il caso di dire, anche in questi casi la giustizia ha trionfato grazie del “giudice a Berlino”, ma per uno o due casi risolti quanti ancora aspettano giustizia?

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