Autoreferenzialità

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Come sempre, nel cercare una definizione conclusiva del termine scelto per queste riflessioni, si rimane spesso sconcertati per la brevità delle possibili spiegazioni. E’ il caso di autoreferenzialità che indica il fatto di essere autoreferenziale. Con una successiva integrazione che ci dice che in particolare, nella teoria dei sistemi, esso è sinonimo di autoriferimento. Tutto qui, volenti o nolenti, e quello che passa per la testa è molto di più ma molto vago e poco traducibile. Si potrebbe sottolineare che la autoreferenzialità si identifica perfettamente con la sua descrizione nel dizionario. Senza fronzoli e poca dialettica. Una perfetta simbiosi insomma che lascia poche repliche.

Ma è d’abitudine ormai sedimentata di questa rubrica di tentare di andare oltre spulciando il dizionario e la rete ormai strumento non eliminabile. Qui qualcosa di più troviamo parlando del sostantivo autoreferènza e dalla lingua inglese che rimanda al concetto di self-reference, ovvero e propriamente «riferimento a sé stesso». Non molto a dire il vero ma approfondiamo ancora.

Nella logica matematica, si intende con questo vocabolo il carattere riflessivo degli enunciati che affermano qualcosa su sé stessi o il cui contenuto implica un riferimento a sé stessi; in particolare, tale caratteristica, in quanto si presenta in enunciati che coinvolgono i concetti di verità, di significato, di definizione, di classe o di insieme, è considerata come la causa principale di antinomie, paradossi e contraddizioni; un tipico esempio di autoreferenza è dato dal paradosso del mentitore Di più esiste una degenerazione del concetto e dello status a cui fa riferimento quando si parla di delirio autoreferenziale. Pensiamo a quanti in modo vagamente ossessivo si fissano sul fatto che parlano di me, mi guardano, e via dicendo,  o di autopregiudizio (come nel caso ci si convinca che mi vogliono ingannare, mi perseguono, e così via). Una versione se posobile peggiorativa + quella ch viene indicata come delirio di colpa, di queri soggetti che in modo certamente autoreferenziale si sentono colpevoli di cose che non li riguardano con il non augurabile corollario di causare allo stesso tempo un disturbo depressivo.

Onde evitare di insinuarci e perderci in meandri di natura psicologica e psichiatrica forse, restringiamo la riflessione a quella che possiamo definire la casistica dell’autoreferenzialità normale!

Un dato che balza agli ogghi senza troppe mediazioni ed analisi è che la civiltà dell’immagine esplosa con la socialità dei media ha portato in emersione ogni tipo di convinzione personale e che ognuno di noi è pprtato a sentirsi l’ombelico del mondo e a misurare così ogni cosa che lo circonda. Di più per coloro che pensano di non essere in grado di dare indicazioni, influenzare gli altri vi è l’accodarsi e il sostenere in modo compulsivo e d anche chioaramente ossessivo, questo o quello dei soggetti della rete che sembrano interpretare quell’inespresso che alberga in ognuno di noi.

Questo risulta altamente invasivo e pericoloso perché troppo spesso si travalicano i confini della condivisione critica e si sconfina in un assurdo, antistorico, medioevale nel senso più retrivo, fideismo nei confronti di coloro che apparentemente con naturalezza, più propriamente coscienti di aver individuato un comodo sistema per guadagnare o arricchirsi se non soldi in influenza, agiscono indicando posizioni da assumere, scelte da fare e così via su una deriva sempre più inclinata come molte ricerche di natura sociale sulle gravi conseguenze che l’identificazione nei social media può generare.

E’ la rete, bellezza, potremmo dire rifacendosi ad un’espressione usata ormai “secoli fa” per la stampa. Pensiamo infatti che quell’informazione, quel giornalismo prima anglosassone e poi generale che metteva in piazza tutti i retroscena di questo o quel personaggio famoso provocando intense e scoordinate ondate di approvazione e/o diniego da parte della cosiddetta pubblica opinione. Oggi con internet la capacità di essere invasivi è divenuta totale e la sensazione di essere soli se non si interagisce con chat e altri mezzi è palpabile e spesso fonte di sofferenza personale e sociale.

Lasciamo ad analisti e ricercatori di bel altro spessore analizzare in profondità prodromi e conseguenze di questi fenomeni e il loro andare avanti nel tempo e limitiamoci a trarre qualche considerazione da quanto si è detto.

L’autoreferenzialità, di per sé, è un dato per così dire ontologico che deriva dalla convinzione personale di rappresentare qualcosa o di aver qualcosa da dire agli altri. Non è né positiva né negativa per se stessa. Oltre una certa linea, però il rischio di parossimo e di delirio è presente e minaccioso e si tratta di una degenerazione che non è augurabile nel momento che questi soggetti autoreferenziali si convincono di possedere qualche verità e che la possono indicare, non condividere, con gli altri: E’ l’inizio del processo che porta al guru, all’influencer senza schemi e confini e ad ogni altra grave sindrome correlata. L’antidoto se possibile indicarlo è quelle do di porsi personalmente le domande trovare le risposte in se stessi, non adagiarsi su chi sembra averle! La maggior parte delle volte sono lucciole per lanterne!   

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