La sindrome del marchese del …. grillo

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Lo strano itinerario di alcuni politici italiani e la realtà del paese

La vita pubblica del nostro paese sembra ormai un insieme di cerchi concentrici investiti di energia cinetica ed in accelerazione per arrivare dove forse nessuno lo immagina ancora. Il sussulto delle elezioni amministrative e della devastante pagina dei referendum falliti indica però una variegata reazione che il popolo italiano prova a dare nelle condizioni date, ovvero con quello che trova sulla sua strada. Due le possibili posizioni assunte: l’astensione, quindi il disinteresse per la cosa pubblica e la politica in genere (in aumento costante) e la partecipazione al voto con scelte che di volta in volta sono complesse ma che guardate in filigrana sono più comprensibili e possono dare qualche elemento di riflessione e di analisi compiuta, pur in un ambito indefinibile e magmatico.

La prima indicazione che viene è che il voto si sposta su proposte serie ed intellegibili verrebbe da dire o da sperare a seconda dei punti di vista e che comunque non premia chi avendo persino la vittoria in tasca si divide e diviene incomprensibile per l’elettore. I casi di queste ultime settimane sono lì a dimostrarlo. Secondo punto è che le divisioni nel campo moderato per default portano acqua, non molta ma sufficiente, al partito democratico e alle forze cosiddette di centro sinistra creando un’insperata area di manovra che i democratici da soli non consideravano possibile e che dovrebbero utilizzare in modo saggio e senza fughe in avanti. Un terzo punto rilevante è l’eclissi quasi totale dei cinquestelle sino a ieri forza di maggioranza in parlamento e oggi nel voto a livello residuale e spesso ininfluenti. Una rotta grave e certo non positiva per il paese, ma inevitabile per le troppe incompiute e la totale confusione sia esistenziale sia politica del movimento.

La strada intrapresa dal ministro degli esteri era nell’aria ed è quella di stabilizzare dal movimento delle origini un nucleo coeso che possa far politica con parole d’ordine certo progressiste ma di governabilità. La presenza nel governo Draghi e le dinamiche che lo sottendono anche nei confronti dell’Europa sono alla base di queste decisioni così repentine e in un certo senso pre-agostane. Il futuro dirà che seguito potrà esserci per questa come per altre ipotesi nate in quell’area informe a sempre più vasta che va identificata come centro dello scacchiere.

Quello che sconcerta e non è spiegabile neppure con l’anelito a sopravvivere è la reazione della dirigenza residua pentastella e del suo punto di riferimento, l’ex presidente del consiglio del lockdown per intenderci. Come in un gioco di prestigio per inventarsi nuova guida del movimento e dismessi i panni incravattati dell’avvocato del popolo a difesa dell’uno vale uno, il leader autoproclamatosi e con diverse questioni giuridiche aperte, ha assunto l’atteggiamento del capopopolo, del descamisado sudamericano e di piazza in piazza è andato a propagandare i ritorno alle origini, ovvero a quel vaffa che sembra sia stella polare sia buco nero della parabola grillina.   

L’ultima puntata di questa telenovela è stata la discesa dal suo empireo del nord, dalla ridotta del comico in disarmo, di quello che il popolo pentastellato senza futuro considera ancora un guru, dalle cui parole possono arrivare spiragli e chiarezza nella fumosa realtà dell’oggi. Ed il guru, poco incisivo ma sempre pronto, ha indicato il mantenimento dell’obbligo di due soli mandati come ritorno alle origini, lavacro per chi vorrà rappresentare ancora il popolo grillino. Poi baci e abbracci nell’afa mitigata dai condizionatori, hanno suggellato questa sorta di investitura che l’ex premier da solo non è mai riuscito da avere. Anche qui il futuro ci dirà l’esito di questo maquillage. E soprattutto se l’ex presidente del Consiglio vorrà essere il marchese del… grillo della politica nazionale come è andato facendo sinora oppure l’interprete del verbo grillino distillato dal guru, cioè delegato del …. grillo.

Un’altra considerazione è quella che riguarda chi ha fatto conto sul movimento , ormai ombra di se stesso nell’elettorato, quello stesso che lo aveva portato sugli allori, per costruire aree politiche o “campi larghi” mai definiti in concreto ma sempre sulla base di suggestioni che gli avvenimenti hanno messo in crisi ogni volta. Per chi si ostina ancora a parlare di questa ipotesi spuntata sarebbe il caso di tornare alla politica di azione e non a quella della riflesssione macerata nei centri studi ma lontano dal paese. Troppi sono i mutamenti impressi nella società italiana, al netto degli avvenumenti internazionali, per crogiolarsi in formule senza futuro e soprattutto bocciate nei fatti per insussistenza di quello che doveva essere uno dei capisaldi.

Sarebbe ora, anche con uno sguardo all’intero ventaglio della politica nazionale dismettere senza rimpianti la figura del marchese del grillo inteso come colui che sa di fronte ad una platea di beoti e tornare a far politica nelle strade, nelle piazze anche virtuali ma con serietà e nella precisa consapevolezza che gli italiani accettano di essere governati da coloro che spiegano i propri gesti e i propri atti e non da coloro che lanciano proclami, anatemi e ogni altro genere di urla, mantenendo ostracismi e divisioni che la storia ha sepolto e come ogni cosa sepolta dovrebbe rimanere tale per consentire a chi viene dopo di conoscere la storia e sapersi orientare evitando derive ed errori già commessi da chi è venuto prima di noi!    

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