La parola della settimana: incomunicabilità

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Se un osservatore distaccato e neutro volesse comunicare agli altri la propria impressione sullo stato del confronto in atto nella politica italiana, non avrebbe a sua disposizione molte parole e molti concetti, ma soltanto una sensazione straniante di un sistema senza baricentro, diviso persino sulle divisioni stesse che lo percorrono.

Incapace di una sintesi fondata su una visione chiara ed esauriente del paese, di che cosa si vuole che esso sia, di quale debba essere la sua collocazione internazionale, la sua connotazione in termini economici e produttivi. Ad onta di un popolo sin troppo paziente ma poco lungimirante (non per sua colpa, ma per una congerie di fattori storici alimentati nel tempo in modo artificioso) assistiamo alla scissione del neutrino per così dire o forse a quella del bosone, ovvero dell’infinitamente microscopico, di ogni elemento in gioco nel quadro politico nazionale e locale. 

L’impressione è che non vi sia nulla sulla quale, con credibilità, ci si possa se non accordare almeno convergere. In altre e feconde stagioni, quelle nelle quale il malessere prossimo venturo delle società avanzate era nella sua percezione soltanto appannaggio di alcune menti in anticipo sui tempi, il cinema, il teatro, la letteratura si sono espresse con grande ricchezza nella descrizione della solitudine affollata nella quale molta parte della società e dei suoi appartenenti si stava avviando.

Ecco allora che appare più comprensibile il termine di riferimento di questa riflessione: incomunicabilità. Per il dizionario al quale ci affidiamo per avere una definizione comprensibile si parla di incapacità o impossibilità di comunicare con altri, o più spesso con tutti gli altri, di stabilire un rapporto vivo e profondo di conoscenza con sé stessi e con gli altri, da cui deriva un senso di solitudine e di senso e concezione della vita che, fatti propri da molta letteratura del Romanticismo e, più ancora, del primo Novecento (culminante in Italia nell’opera di Luigi Pirandello), confluiscono nel dopoguerra nel più ampio motivo dell’alienazione esistenziale, trovando anche espressione artistica nel cinema e nelle arti come sottolineavamo.

La parola scelta, indica in sintesi lo stato dell’essere incomunicabile, impossibilità di essere partecipato ad altri. In un senso meno comune e con riferimento ad altri tipi di rapporto (di natura sociale, politica, e via dicendo), per indicare l’impossibilità di stabilire un dialogo tra parti contrapposte o comunque divergenti.

La prima considerazione è semplice: e allora? Famosa domanda cosiddetta delle cento pistole, quella alla quale dare risposta è spesso una montagna da scalare con nessuna certezza di quello che sarà il risultato. Poi, se faticosamente si riuscisse a trovare una risposta abbastanza soddisfacente subentrerebbe il secondo interrogativo: cosa fare? E qui il ginepraio e il caos conseguenti dimostrerebbero senza tema di smentita il valore intrinseco del termine sul quale si discetta!

Se guardiamo in filigrana quanto accade ci rendiamo conto che nessuno degli interlocutori, nonostante le profferte, le rassicurazioni sugli impegni, sui fondamenti immodificabili del nostro convivere, sappia esattamente cosa vuole, perché e per andare dove? E come se la cima del gomitolo si fosse persa nei meandri del gomitolo stesso e se la sua ricerca sia divenuta preponderante e vacua rispetto ai temi, ai problemi reali. E tanto più si vuole apparire sicuri di sé o inclusivi tanto più traspare il vuoto agghiacciante al di sotto. E come se ognuno volesse star tranquillo nel proprio ambito e per ottenere questo risultato si lanciasse nella scoperta del vuoto altrui, alla disperata ricerca di qualche elemento utile a confermare le proprie tesi e così facendo tentare di spostare e convincere al proprio sostegno.

Quello che spaventa è che il senso di vuoto e di incomunicabilità attanaglia non solo coloro che storicamente si vogliono avversari (per qualcuno ancora nemici), ma anche coloro che dovrebbero agire nello stesso campo o in gara o insieme per uno scopo!

Si parla, si parla, si comunica anche senza bisogno e ritegno dell’uditorio, si invade continuamente la riservatezza, la privacy altrui, si spacca il capello oppure si agisce in soldoni, per grandi e rozzi capisaldi. Ma, alla conclusione di questo diuturno e defatigante sforzo, non si riesce quasi mai a dare la sensazione di avere le ricette sufficienti per i problemi. Si vagola, ci si arravuglia come direbbero a Napoli, in un’inestricabile matassa. Ognuno però con la pervicace convinzione di essere l’unico ad avere la risposta, la soluzione, il programma che dovrebbe superare i nodi del paese. Quel paese che normalmente non costituisce il nocciolo della preoccupazione ma che quando si avvicina un appuntamento elettorale diviene l’ombelico del mondo. Di qui le accuse, i duri confronti, gli ukase, gli ostracismi reciproci degni di una tragedia greca mentre versiamo il più delle volte nella commedia dell’arte se non nella farsa.

L’unica cosa che non si fa, procedendo solo per slogan, per parole d’ordine che si vogliono sintetiche e che appaiono sempre contraddittorie anche in re ipsa, è provare realmente a rompere questo impenetrabile muro di incomunicabilità.

La realtà è che se si superasse questo muro si dovrebbero fare i conti con gli altri ma soprattutto con se stessi e questo appare molto ma molto più difficile. Meglio allora far saltare il banco non appena qualcuno prova a spingere in quella direzione!  

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