La parola della settimana: VUOTO

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Era intenzione di indicare come termine la parola latina “vacuum”, molto efficace nel descrivere alla perfezione il concetto.

E’ parso fosse più utile e comprensibile il vocabolo italiano derivato che è quello che dà il titolo a queste riflessioni. Dunque vuoto, che discende dal latino volgare vocĭtus, da vacĭtus, participio passato di un verbo vacēre, ovvero  «vuotare», appunto con la stessa radice di vacuus, nel senso di  «vacuo, vuoto».

Il dizionario ci aiuta a descriverne il significato come privo di contenuto, che non contiene nulla, che non ha nulla dentro di sé (il contrario di pieno). Ancora si indica qualcosa che non contiene ciò che dovrebbe o potrebbe contenere. In locuzioni particolari si usa ad esempio a stomaco vuoto per senza avere mangiato, presentarsi a mani vuote, ossia senza regali o altro. Il significato più comprensibile si attaglia a molte situazioni e molti modi di essere, connotando sempre il fatto della mancanza, della carenza di qualcosa che dovrebbe essere contenuto. 

Come sempre e in modo affatto particolare per un termine siffatto, le possibili indicazioni del dizionario sono ricche e numerose, quasi contravvenendo il senso basilare che indica appunto il contrario del pieno. Il vuoto si attaglia alle cose umane, alla fisica, alla matematica e a molteplici significati ed e usi scientifici e tecnici.

Abbiamo poi sostantivato al maschile con valore neutro appunto vacuum. Con questo termine si indica lo spazio vuoto, supposto privo di qualsiasi materia. Nella storia del pensiero scientifico, l’esistenza del vuoto assoluto, negata a suo tempo da Aristotele e, in seguito, dalla tradizione aristotelica, viene riaffermata, nel corso della rivoluzione scientifica del secolo 17°, con la ripresa dell’atomismo e, in particolare con la spiegazione in termini di pressione atmosferica dei fenomeni prima attribuiti al cosiddetto horror vacui; nelle ricerche sui gas, il termine acquista il senso specifico di estrema rarefazione della materia gassosa. 

Assume poi assume di nuovo rilevanza la questione della reale esistenza di uno spazio privo di qualsiasi forma di materia (il cosiddetto «spazio vuoto»); sia Cartesio, con la sua identificazione della materia con l’estensione, sia Leibniz, con la concezione di una materia-forza estesa in tutto lo spazio, negano tale possibilità, in contrasto con la concezione newtoniana della materia come aggregato di atomi estremamente piccoli separati da ampi spazi vuoti attraverso i quali agiscono forze a distanza.

Nel XIX secolo, le difficoltà connesse alla concezione dell’azione a distanza (sintetizzate nella massima «un corpo non può agire dove non è») e la scoperta del carattere ondulatorio della radiazione portano alla postulazione dell’etere come ente materiale esteso in tutto lo spazio «altrimenti vuoto» e quindi alle teorie basate sul concetto di campo (elettromagnetico, gravitazionale) in base alle quali, a rigore, non esiste una zona di spazio totalmente priva di qualsiasi forma di energia.

Nel XX secolo A. Einstein elabora un programma teorico, basato sulle teorie della relatività speciale e generale, tendente a ricondurre i campi a semplici alterazioni delle proprietà geometriche dello spazio vuoto, mentre nella elettrodinamica quantistica, secondo la teoria del fisico inglese P.A.M. Dirac (1902-1984), lo spazio vuoto è sempre densamente popolato di stati di particelle con energia negativa, fisicamente non osservabili, che possono essere però eccitati da un campo elettromagnetico in stati di energia positiva, dando luogo alla materializzazione di un fotone in una coppia di particella e antiparticella. 

Riteniamo sia opportuno, per non addentrarci in territori di scarsa competenza e per il bene di chi legge, rimandare all’interesse personale e alla ricerca personale, eventuali approfondimenti in materia. E’ comunque di tutta evidenza che il vuoto inteso come concetto sia un luogo altrimenti affollato dove a rarefarsi sembra il concetto stesso

Vuoto di potere

Ecco allora al settore di interesse, quello politico, dove anche qui, di vuoto si parla, si disquisisce e via dicendo. Qui il termine plastico più evidente è il vuoto di potere, ossia la situazione che si determina in un paese o in ente statuale o amministrativo quando viene meno il governo e la sua autorità. Ancora si discetta di vuoto legislativo per la situazione che si determina quando manca temporaneamente una disciplina legislativa relativa a una materia. Infine un accenno all’avverbio “vuotamente” che, in senso figurato, indica la condizione senza profondità di pensiero.

Ecco allora il nocciolo della questione. L’affollamento della politica politicante, il moltiplicarsi in modo parossistico dei simboli stessi, dei contrassegni di chi vuole darsi alla politica come si diceva una volta, appare per quello che è lo stato delle cose: il confronto e dibattito politico nazionale, rifiutando nella sostanza di affrontare i nodi più importanti del paese, ma facendone oggetto di ogni riflessione, puntuale, riempe di parole, di concetti anche astrusi, il vuoto sostanziale.

Pur di stigmatizzare, di attaccare il nemico, di demonizzare il possibile avversario, si ricorre ad ogni genere possibile di argomentazioni, di concettualizzazioni. Tutto rigorosamente visto al filtro della concretezza pari a zero. Più le parole si alzano di tono, la durezza si fa evidente nel dibattito più al di sotto assistiamo alla rarefazione dei concetti basilari. Quando di fronte al rischio di una crisi storica, di una tempesta perfetta ci si scontra su flat tax, ius di vario genere, sui doveri e sui diritti di categoria a volte minuscole, nella prevalenza del particolare, più in filigrana si accentua la sensazione di un vuoto sostanziale di idee, di proposte, di visione per il paese e per il suo futuro!

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