Armi o parole di distrazione di massa

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Una campagna elettorale insensata dopo una crisi non necessaria

Alzi la mano chi ha chiaro il perché decine di milioni di italiani sono chiamati a rinnovare anzitempo la loro rappresentanza parlamentare in costanza di un mutamento epocale come quello della riduzione dei parlamentari, nel pieno di una guerra che non è solo quella combattuta nel sangue alle porte dell’Europa, ma quella sui mercati, sull’energia, sul modo stesso nel quale il mondo sembra modificarsi in quei tornanti della Storia che fanno la differenza.

Analizzare questo perché è semplicemente “defatigante” e triste. Tra qualche mese, nel nuovo anno la legislatura avrebbe raggiunto la sua fine naturale (sempre con il suo fardello italico di molteplici cambi di governo) chiamando i cittadini ad una grande scelta, quella appunto di eleggere delle Camere fortemente snellite e da riorganizzare totalmente nella loro struttura operativa e formale. Non un passettino ma un grande passo al quale forse gli attori politici avrebbero avuto il dovere di affiancare una forte dialettica con il popolo italiano, certamente favorevole, ma conoscendo bene che cosa si stava andando a fare. 

Ora il dado è tratto, tra poco più di quindici giorni andremo a votare, eleggeremo centinaia di parlamentari in meno, ma quello che continua a mancare è il senso di una così importante differenza con il passato. Basta pensare alla Costituzione, alla sua sacralità, per rendersi conto che quello che essa ha stabilito al suo inizio, subisce un mutamento strutturale per così dire, in via amministrativa. Cosa fatta capo ha, diceva un antico adagio. Siamo nel dopo!

Ma quale dopo e per fare cosa, la seconda domanda che potrebbe venire in mente a chi ha a cuore la comprensione di quanto accaduto, di quanto avviene davanti ai nostri occhi per comprenderne sino in fondo il valore e non soltanto inneggiare con slogan a tutti quelli che, dopo decenni, dovranno stare a casa e divenire, forse normali cittadini. La soddisfazione per quello che è avvenuto non può ridursi alla constatazione semplice sui numeri contratti, ma dovrebbe al contrario rivolgersi a cosa vuol dire in termini di lavoro delle Camere e di impegno dei rappresentanti del popolo nei confronti di quest’ultimo.

Volgiamo allora lo sguardo a quanto sta accadendo in questa convulsa, illogica e pur nell’ossequio che la parola è sempre da dare al popolo, sconclusionata campagna elettorale. 

Quello che prevale all’occhio attento ma preso dai problemi di ogni giorno del cittadino che andrà a votare, è una gran confusione, un profluvio di indicazioni, ricette miracolose che finalmente saranno prese, di riforme annunciate da decenni che ora potranno avere la loro attuazione in un tripudio di realizzazioni che solo questo o quello, quella coalizione o l’altra potranno portare avanti. L’italiano medio vede soltanto scontri, accuse, ukase, pregiudiziali, devastanti discese nei media digitali, con tempeste mediatiche che si alimentano ogni giorno di gossip, di interviste, di articoli sui temi più vari, su uscite da descamisados con la pochette al taschino, di dichiarazioni paludate e solo in apparenza tranquille di leader che vorrebbero essere visti come punti di riferimento rispetto agli altri. 

Sin qui tutto come sempre, soltanto che ad irrompere nell’ultima fase della campagna elettorale sono toni ben diversi. C’è chi pur essendo stato al governo per due terzi della legislatura invoca la reazione della piazza se provvedimenti salvifici adottati e non certamente indenni da critiche vengono messi in discussione o soltanto indicati come destinatari di modifiche, c’è chi rispolvera (sempre dopo essere stato al governo per lungo tempo) spauracchi sull’ipoteca che i migranti possono mettere sulla tranquilla vita delle nostre province, delle piccole comunità, sparando a zero su chi arriva quasi affogato nelle nostre acque territoriali e su un fenomeno mondiale non solo provinciale.

Ancora c’è chi essendo pressoché da sempre al governo, a volte senza passare per le urne, e dunque corresponsabile di molte delle cose fatte, si scaglia contro tutti chiamando a raccolta sulle solite, ormai antistoriche pregiudiziali che hanno accompagnato la nostra vita repubblicana. Un dejà vu che la gente, tranne poche ridotte ferme nel tempo, non comprendono più ma che appare utile per galvanizzare e creare steccati che domani potrebbero essere abbattuti non per necessità, ma perché la storia va avanti e va se possibile governata e non fermata, cosa impossibile. E a scanso di equivoci gli strumenti per questo “governo” sono nella Costituzione, non occorre andarli a cercare altrove. Quindi l’ossequio alla Carta dovrebbe essere la convinta base delle proprie azioni, soprattutto fidando nell’intelligenza degli italiani, nel loro equilibrio pur in una stagione difficile e inconsueta. 

Poi, in conclusione, c’è chi, pur non essendo mai stato al governo si atteggia a fonte di risposte conclusive, risolutrici che saranno messe in atto, ma con programmi confusi e poco comprensibili, ma solo parole d’ordine lanciate al vento. Come tutti gli altri!

Insomma, siamo di fronte all’impiego di “armi” o meglio parole di distrazione di massa che dovrebbero convincere incerti, rafforzare convinti. In definitiva, parole, parole, parole. Da tutto questo uscirà un nuovo e ridotto parlamento, un paese modificato e ancora tanta confusione. A meno che l’italiano, come lo stellone, non ci dia qualche motivo per guardare avanti invece che indietro, convinto dei principi di democrazia, di libertà che si alimentano ogni giorno e non a scadenze più meno regolari. 

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