Un voto per un paese normale

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Tra pochi giorni gli italiani esprimeranno la loro preferenza politica

Il titolo, come ben si comprende, appare eccentrico, ma allo stesso tempo assai ragionevole. Se fossimo in un paese normale per così dire lo sapremmo, come ben sappiamo che da troppo tempo di normale in questo nostro paese non vi è molto, a parte l’onestà e la dirittura morale di tanta parte del popolo che tuttavia appaiono più come una considerazione del tipo volemose bene e che nel concreto potremmo dire non fanno notizia.

A far notizia invece è tutto quello che dalla normalità si allontana sia nella vita quotidiana, sia in quella politica, amministrativa e via dicendo. Quello che sembra prevalere nel costume nazionale invaso e infestato da social usati senza più limite e ritegno, è l’essere altro dai vecchi cari e vituperati sani principi ai quali si continua a far riferimento non avendone altri da richiamare.

La politica nazionale è frutto di questo scenario e scandisce quanto l’Italia sia ancora e sempre in bilico tra ragione e il suo contrario, tra la giusta indignazione e la rabbia sorda, tra il rispetto convinto dei principi su cui vorremmo basare la nostra convivenza e il loro impiego in termini di discriminazione, isolamento e così via sulla strada contraria alla ricerca di una vita civile condivisa.

I problemi che il paese affronta, i nodi sui quali arranca l’azione di ogni governo sono sempre gli stessi da decenni e sono sempre lì, immutabili per quanto i tempi cambino e le tecnologie li mostrino – solo in apparenza – in termini diversi. Il guaio è che la politica e la sua narrazione non cercano di sciogliere quei nodi, di risolvere quei problemi, ma si impantanano sempre in ogni tipo di alternatività possibile con l’avversario, prevedendo sempre ad ogni passo di ogni campagna elettorale di smontare, sminuzzare, annullare ogni cosa fatta da chi ha governato in nome della propria visione (quando c’è) del paese e tentando in ogni modo, nei primi tempi di ogni esecutivo, di porre in atto quelle indicazioni salvo poi scontrarsi come si dice con la realtà. Quella di una nazione complessa, articolata, a suo modo affascinante, ma refrattaria a ogni governo che non rispecchi l’aspirazione a fare quel che si vuole senza poi doverne rendere conto; e quando questo accade, ecco allora che si arriva alle turbolenze, alle crisi e a tutta la lunga teoria della pantomima elettorale, mai considerata per quello che essa dovrebbe essere: il sacrosanto momento nel quale il popolo si esprime e secondo la Costituzione indica ai suoi rappresentanti la direzione e le forze politiche a cui affidarla.

Quello al quale si assiste invece da sempre è una rappresentazione farsesca del tutti contro tutti, contro tutti, contro tutti! Poi nel dopo al tentativo di arrivare a governare secondo le proprie ambizioni e non sempre nel modo nel quale gli italiani hanno indicato la strada. Ogni alchimia, ogni sforzo viene messo in atto per far tornare i conti, costituire comunque una maggioranza purchessia, con ciò facendo perdendo non solo pezzi per strada, ma anche e soprattutto la strada stessa. Immutabili i nodi e i problemi si ripropongono e presentano il conto inesorabilmente non essendo mai stati affrontati realmente e tanto meno avviati a soluzione: si pensi al nodo energetico nazionale e ai funambolismi ai quali abbiamo assistito da decenni, all’efficienza e al funzionamento della pubblica amministrazione a garanzia di un governo efficiente, alla soluzione dei problemi che rendono asfittico un mondo del lavoro sempre più precario, e così via di problema in problema, di emergenza in emergenza!

Ecco perché si è voluto indicare una semplice e scontata via da percorrere: un voto per un paese normale appunto! Un voto che sappia indicare una strada e non permettere che le camarille politiche siano in condizioni di modificare, rovesciare e reinterpretare il risultato. E che se esso dovesse essere complesso e difficile da decrittare ponga la politica di fronte alla serietà della situazione e non al perseguimento di obiettivi non raggiungibili o se raggiungibili solo con incastri, accordi sottobanco, trattative poi indicibili agli elettori ma che nel concreto rischiano poi di mostrarsi per quello che sono.

Una legislatura con tre governi uno diverso dall’altro potrebbe mostrare la ricchezza del panorama politico nazionale, ma in realtà manifesta la crisi strutturale della politica. E dopo tentativi e scommesse, cambi di casacca, colore ed altro, e quando si è imboccata in certo senso la strada della razionalità, con i suoi limiti certo, ecco allora che sono rinati i particolarismi, le diverse visioni, i distinguo, e poi le accuse, gli ukase, gli scontri tanto clamorosi quanto privi di fondamento, sino all’assurdo di concludere la legislatura anzitempo, senza una valida motivazione restando imprescisse le ragioni per le quali si era arrivati ad un governo senza colore politico, di emergenza, di necessità, per fare quello che i governi politici si sono mostrati incapaci di condurre. 

Ora, come se fosse suonata la campanella, tutti sono usciti in cortile, vociando e scaricando la tensione accumulata nelle aule. Solo che non siamo nella pur importantissima attività di formazione della scuola di ogni ordine e grado come si usa dire, ma nel sistema di governo del paese, quel sistema che si dovrebbe mantenere pur nell’alternanza dei partiti e delle formazioni. Ma in Italia tutto questo continua a non avere senso. Sono passati 76 anni dalla fondazione della Repubblica ma ancora in molti parlano con terminologie non adatte ad una democrazia compiuta e lo fanno con forme di revanscimo mentale e verbale, quasi che sulla pelle di un intero paese si possano portare avanti esperimenti tra i più vari per vedere l’effetto che fa!

Tra pochi giorni con il voto gli italiani ancora una volta – e sempre più in modo disincantato e disilluso – diranno la loro su chi li vorrebbe governare e cercando la soluzione nel panorama non certo esaltante che si trovano di fronte. Speriamo come abbiamo detto che votino per un paese normale, una volta per tutte!         

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