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Il risultato delle elezioni è chiaro solo in apparenza

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Un paese alla ricerca di se stesso

E’ consuetudine di queste note e riflessioni settimanali non entrare mai troppo nelle dinamiche poliiche intese come confronto-scontro tra i partiti, spartizione di potere od altro, ma cercare di intravedere in questi fatti qualche indicazione di percorso ovvero dove sia diretto il volere degli italiani. 

Il risultato del voto alle politiche anticipate del 25 dettembre scorso fornisce certamente qualche spunto. La legge elettorale pensata a sinistra per un esito simile a quello verificatosi, ha favorito la destra. Nel nuovo e ridotto Parlamento uscito dalle urne il centrodestra a trazione Fratelli d’Italia, ha avuto una netta affermazione e nei numeri un indubbia prevalenza parlamentare.

Non ci si nasconda però dietro d un dito, come si dice, ovvero non si finga di non capire le vere dinamiche delle decisioni del nostro popolo. Chianmati ad un appuntamento elettorale anticipato, nel bel mezzo di una crisi internazionale ma a suo modo epocale, gli italiani hanno rovesciato ancora una volta lo scenario ma in modi che è bene analizzare nel profondo. 

Il favore dato al partito della Meloni, sino a ieri identificato come di destra e/o fascista secondo vecchie regole di esclusione, di archi democratici, di fronti, mostra come il cittadino non ritenga questo dato come un pericolo per la democrazia. Ottant’anni dopo la fine della guerra, quasi ottanta dalla fondazione della Repubblica fondata sulla Costituzione, pur non illudendosi che qualche mente “eccelsa” in negativo si ponga ancora risposte di tipo revanscista, appare evidente che il popolo ha esercitato la sua sovranità in modo tutto sommato equilibrato.

Sono diversi gli elementi in gioco. In primo luogo quell’astensione in crescita da decenni che mostra un disagio crescente da parte degli italiani nei confronti della politica in genere e che si manifesta nei numeri di gran lunga come il “partito” più forte del Paese. Nessuna forza politica (tranne l’exploit transeunte del Pd di Renzi) ha mai ottenuto un consenso percentuale pari a quello degli astenuti. Neppure il voto di protesta e di disperazione ai cinquestelle ha raggiunto quel dato. Ora questo numero si irrobustisce ancora.

Da questa prima riflessione discende che il primo partito italiano, oggi, abbia il 26 per cento dei consensi ma su un’affluenza ampiamente sotto il 70 per cento degli aventi diritto al voto. Non una diminutio, certo, ma il segnale che il suo peso è tale soltanto nei confronti di chi ha votato. Così come i dati negativi o altalenanti delle altre forze politiche debbono essere visti in questa ottica. Quando il 40 per cento circa dei connazionali non si sa risolvere di fronte alla scheda e rinuncia persino ad andare al seggio, significa che un intero paese parallelo sta alla finestra. Nessuno poi è in grado di calcolare i flussi elettorali reali, ovvero se gli astenuti sono sempre gli stessi oppure variano di volta in volta, ma senza scendere, anzi aumentando di consistenza.  

Si sente spesso dire chi vota decide, è questo è non solo corretto ma democratico. Tuttavia non sfugge ad alcuno che nel proprio condominio, nel proprio quartiere, nella propria città, nella propria regione, quasi un connazionale su due mostri dubbi e scarsa propensione a decidere al sua rappresentanza. Per chi è stato con non molto successo e per chi si accinge oggi a prendere il timone del Paese, è certamente questa un riflessione non da poco nella quale si può misurare il grado di evoluzione e di sincero spirito democratico. Gli italiani hanno dato fiducia, anche se relativa, è questo è il dato da cui partire, senza dimenticare le considerazioni sino a ora fatte.

Esercitare il potere in nome del popolo, nel rispetto della Costituzione, significa innanzitutto rispettare la Carta fondamentale, riflettere su di essa, su quella parti che il costituente ha previsto adattabili ai tempi, ma non pensare neppure un attimo di toccare le fondamenta stesse del nostro stato. Ecco perché nei decenni la conventio ad excludendum esercitata dalla sinistra (al potere anche senza elezioni prossime) nei confronti di chiunque a suo giudizio potesse attentare alla stabilità democratica, non solo non ha sortito l’effetto salvifico sperato ma per gli italiani in genere è divenuto un dato scomodo frutto di una concezione elitaria e tutto sommato leninista della politica di professione.

La politica invece è e deve restare l’arte della rappresentanza del volere e degli interessi del popolo, a garanzia di tutti. Questo sì un monito a non pensare a decisioni a maggioranza o di forza su elementi distintivi e strutturali della vita del nostro paese. E questo sia detto come metafora, senza ripercorrere i sentieri già visti e che ora hanno portato il centrosinistra al minimo storico sia politico che di impegno sociale. Non sono diktat, ostracismi, soccorsi di vario genere anche con personale raccogliticcio, come dimostra l’esperienza fallimentare dei grillini. Non sono campi larghi inesistenti e non spiegati bene neppure ai propri simpatizzanti a fare la differenza. Ma la capacità di sentire l’umore del paese e questo prima che si incanali in percorsi di pura protesta o di decisioni apparentemente avventate ma che dimostrano una sola cosa: l’Italia è alla ricerca di se stessa, da troppo tempo, ed è proprio la necessità di valorizzare questo tempo a dover dettare la linea. Assieme alle difficili e pesanti decisioni da assumere e non sempre a favore, ma anche sui cittadini, dettate da un’agenda che Europa o non Europa, ma meglio Europa, vede il mondo sulla soglia di crisi gravissime che solo la saggezza di governo può mantenere in equilibrio e contenere nelle sue più dannose manifestazioni. 

Il mantra è dunque capire bene cosa hanno detto gli italiani e non soltanto spartirsi il potere agognato. Esso infatti va esercitato in nome e per conto di un intero popolo e non di frazioni di esso. Un compito altissimo e serio che ora viene alla prova dei fatti. Ancora una volta!    

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