Società

Il diritto delle minoranze e la società del “tropo”: la moda del genderismo

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Il sentimento collettivo e l’imposizione

È la società del “troppo” o del “tropo”? Se il tropo è maschile, per arrivare al troppo ci vuole una “p” che è al femminile. E così anche in un’ottica “decostruttiva” della parola, il femminile integra e completa il maschile e viceversa. Quanti giri di parole per intraprendere una riflessione. Al pari del “Cancre” di un poema di Jacques Prévert, che durante un’interrogazione finisce per cancellare sulla lavagna tutte le parole, le lettere e i numeri, si delinea un panorama irreale per cui viene voglia di gettare in aria tutte le carte, strappare le pagine dei libri “inutili”, per coronare l’assoluto dei tempi attuali, definiti con la parola anglofona della “cancel culture” ovvero “cancellazione della cultura”. 

Il problema è ben più profondo e lo si può declinare in ogni ambito: società civile, scienza, individuo, identità fino alla stessa natura umana, arrivando alla sua completa negazione. Oltre al tema della “cancel culture” potremmo senz’altro asserire che il problema odierno è il negazionismo, con sfaccettature piuttosto allarmanti sia eticamente che da un punto di vista clinico. In psichiatria esiste il gaslighting: “una forma di manipolazione psicologica violenta e subdola nella quale vengono presentate alla vittima false informazioni con l’intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione”. 

Nella fattispecie, non si tratta più di figure retoriche e allegoriche per cui è una questione di stile letterario, di narrativa o sfumature. È la capacità di far dubitare l’individuo della sua percezione della realtà, capovolgendo e facendo slittare qualsiasi connotato o parametro del reale, certezze e di conseguenze “sicurezze”. 

BINOMIO MASCHILE/FEMMINILE: LA CULTURA DELLA SEPARAZIONE

Ad essere colpite non sono solamente la cultura e l’identità, quanto la natura stessa degli esseri viventi con l’avvento del “genderismo” imposto alla collettività. Dal giorno all’indomani, nel nome della tutela delle minoranze, gli individui si sono visti imporre il fatto che una donna che era donna sia definita “persona con sesso neutro” e può autodefinirsi “uomo”. Viceversa, per l’uomo. Quello che era un’ovvietà ormai non lo è più e se qualcuno prova a chiedere “in ogni essere vivente mammifero che sia, vi sono il maschio e la femmina e la riproduzione stessa passa nella loro unione, viene replicato in modalità intelligenza artificiale, stile chat GPT: mi definisca il concetto di organismo vivente”. Forse perché siamo delle amebe? 

Una negazione della natura manipolatoria allarmante che porta addirittura all’accettazione della gravidanza maschile (con il trapianto dell’utero nell’uomo) oppure all’ectogenesi, sostenuta tra l’altro dal programma Horizon 2020 dell’Unione europea per lo sviluppo di un prototipo di utero artificiale per cui sono stati creati degli incubatori dove far sviluppare un feto e far crescere un bambino in un ambiente artificiale esterno al corpo materno. Lo scopo non è quello di dare un contributo al settore della procreazione assistita. Nella promozione del progetto, era specificato che questo incubatore offriva pari opportunità di vivere la gravidanza sia al padre che alla madre e dava la possibilità alla donna di continuare ad andare al lavoro durante “la gravidanza”. Eppure, molte ricerche in ambito evolutivo hanno evidenziato che lo sviluppo sano di un bambino e la sua attività conoscitiva, nonché gli aspetti relazionali iniziano proprio dalla fase fetale nel ventre materno. Dov’è la tutela del minore? Dei bambini?

Le donne che si considerano femministe, in tal senso avrebbero dovuto indignarsi, ribellarsi, a questo scippo della propria identità femminile, al suo snaturamento; il furto di uno dei più bei doni che la natura abbia dato alla donna, ovvero quello della procreazione, la maternità, l’amore materno che difende la sua prole a rischio della propria vita. Sentimento universale che troviamo in ogni forma di vita.

LA TECNICA È QUELLA DELLO SLITTAMENTO

Quello a cui stiamo assistendo è ad una progressiva cancellazione dei termini, delle categorie, dei valori, dei simboli, della cultura, delle nostre radici ma anche della nostra identità naturale. Sarebbe invece sufficiente insegnare il “rispetto” che passa attraverso “la conoscenza di sé e dell’altro” nelle sue diversità anche transgender, così come spiegato da Emanuel Levinas “Chi sono io davanti all’altro?”.

A partire dalla rimozione delle “croci” nelle scuole, passando per la registrazione anagrafica e i documenti d’identità, proseguendo nei libri per bambini dove viene illustrata la possibilità ad un bambino di essere femmina e viceversa, insegnando l’educazione sessuale, fino all’obbligo imposto ai registi cinematografici di includere sempre figure omosessuali, gender, di colore o con handicap nei loro film, altrimenti vengono esclusi dalle premiazioni. Dov’è la spontaneità? L’ipocrisia è arrivata al suo apice, la cancellazione e il rest del pensiero sono stati avviati.  

Dai diritti delle donne si è passati alle quote rose: l’obbligo di rappresentanza con quote femminile è in realtà un elemento di discriminatorio e non inclusivo. Una donna non ha bisogno di quote, si rappresenta da sola. 

La banalizzazione di questi argomenti sta portando a nonsensi e dissonanze cognitive, già gravate nei giovani dall’ultra tecnologizzazione. Dare voce a persone che asseriscono che a tre anni i bambini non sono né maschio né femmina, per assecondare la teoria del gender, è eticamente e moralmente scorretto, significa negare la realtà ovvero che i bambini in quella fase scoprono proprio la loro identità sessuale, il loro sesso attraverso l’eccitazione, le differenze e da là imparano a relazionarsi al mondo. Vogliamo uccidere anche l’innocenza, il brivido della scoperta e appiattire l’emozione della sorpresa? 

LE MINORANZE- La tutela delle minoranze e il tema dell’inclusività è arrivato ad estremismi imbarazzanti. Una strategia europea la “Gender equality strategy”, con tanto di programma e di azioni chiave, specifica quanto segue: “The goal is a Union where women and men, girls and boys, in all their diversity, are free to pursue their chosen path in life, have equal opportunities to thrive, and can equally participate in and lead our European society.” (L’obiettivo è un’unione dove uomini e donne, femmine e maschi, in tutte le loro diversità, siano liberi di perseguire le loro scelte nella vita, abbiano le stesse opportunità di prosperare, partecipare e essere attivi nella nostra società).   

L’ennesimo sberleffo al diritto di vivere la propria identità femminile/maschile si è palesato all’indomani del drammatico caso della giovane Giulia Cecchettin, uccisa dal fidanzato. Una straordinaria messa in scena mediatica che a dire il vero avrebbe dovuto indignare, ma che il governo e i politici hanno strumentalizzato per cavalcare l’onda bipartisan e far passare la linea europeista “gender” e non per contrastare la violenza, con l’introduzione delle “relazioni sentimentali” nelle scuole. 

LA BANDIERA MATRIARCA

Al grido del “morte al patriarcato” “sì al matriarcato”, le donne si ribellano alla violenza maschilista. Eppure, non hanno capito che sono vittime a loro volta di una messa in scena, di una strategia negazionista. Il giovane sociologo Roberto Siconolfi, riprendendo l’intervento di Massimo Cacciari, al programma “Ottoemezzo”, che ha parlato della fine del patriarcato da oltre 200 anni, ha ricordato che quando si parla di patriarcato e matriarcato entriamo nel regno metafisico. Ancora una volta, attraverso l’utilizzo errato dei termini, si opera alla loro cancellazione di significato. “I termini patriarcato e matriarcato -ricorda Siconolfi- sono sistemi di orientamento valoriale e spirituale della società e dell’uomo nella metafisica. In realtà, siamo in una società matriarcale dall’avvento della modernità e del materialismo, nella separazione dal mondo dello spirito, del padre. Il matriarcato ha la radice di ‘mater’, ‘materia’, ‘materialismo’ che è il dominio della donna”.  

Ed è così che oggi possiamo pensare che a questa società omologante e globalizzante che appiattisce l’individuo, l’essere rivoluzionario significa essere tradizionalista. L’aggressività e la censura che viene applicata a voci controcorrente è una mortificazione. Ci chiediamo allora dove sia la tutela delle minoranze? 

Rivendicare l’essere etero, l’essenza femminile è un tabù e provoca nell’era della IA una nuova caccia alle streghe che non hanno più il diritto di definirsi donne per non parlare del maschio, ancor più se bianco ed eterosessuale, ormai etichettato come dominatore da imbavagliare. Beh, c’è da chiedersi se questo materialismo “femminile” forse non abbia contribuito a generare quest’uomo ibrido, deprivandolo e allontanandolo dalla sua funzione originaria di “pater”. 

La crescita di un individuo e di una collettività non deriva dall’appiattimento, bensì dal confronto. L’integrazione del maschile e femminile e l’apporto dell’uomo e della donna nel mondo del lavoro e nella società, nella teoria della complessità, coniata dal sociologo francese, di origine italiana, Edgar Morin, risiede proprio nelle qualità specifiche biologiche dell’uomo e della donna, nella loro diversità e forse nelle imperfezioni della natura che ci rende unici.  Mary sarà sempre “Mary per sempre”. Nessun intervento chirurgico, nessun documento, nessun divieto potrà mai cambiare l’unicità di una persona, la sua vera ricchezza. “You can’t run away from yourself” (Non puoi scappare da te stesso), recita una canzone di Bob Marley

Un freno a tutta questa deriva manipolatoria e destrutturante, per evitare di generare una società deviata, con gravi forme di dissonanze cognitive, è forse necessario. 

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