Politica

È morto Antonio Pallante, il giovane che attentò alla vita di Togliatti

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Nel 1948, il suo gesto avrebbe potuto cambiato la storia dell’Italia

Il 22 luglio dello scorso anno, è morto a Catania Antonio Pallante, aveva quasi cento anni, ma la sua morte è stata annunciata dai parenti solo dopo le feste di Natale. 

Pallante, per chi ha la mia età, è un nome che ha fatto la storia dell’Italia repubblicana, ma probabilmente i giovani oggi non hanno la minima idea di chi sia e di cosa fece e di come l’intero Paese, appena uscito dalla tragedia della guerra, stava per ricadere nel baratro di una guerra civile a causa del suo gesto: l’attentato nel 1948 a Palmiro Togliatti, l’allora capo indiscusso per partito comunista più importante dell’Europa ancora libera dalle mire sovietiche.

L’uomo non si è mai pentito di quel gesto, ma lo ha sempre rivendicato come un atto di liberazione. “Mio padre – ha raccontato il figlio – ci ha sempre detto che quel gesto lo ha fatto semplicemente perché da studente vedeva qualcosa che poteva essere una minaccia per la democrazia, intravedendo il legame tra Togliatti e l’Urss“.

Anticomunista, vedeva in quel partito che allora raccoglieva sempre più consensi, la fine dell’Italia tornata da poco nuovamente libera. Come disse nelle rare interviste rilasciate: “Partii da Catania come un automa. Dovevo compere una missione, non avevo nulla contro l’uomo, volevo colpire e cancellare ciò che lui rappresentava”; con se aveva una Smith & Wesson a tamburo, comprata alla borsa nera per 1.500 lire, una cifra notevole per i tempi. Pistola che avrebbe poi usato a Roma per uccidere l’uomo politico. 

Dietro di lui non c’era nulla: nessuna organizzazione, nessuna mano compiacente, né tanto meno servizi segreti deviati e quant’altro, solo la sua decisione di salvare il Paese dalla dittatura comunista. 

In gioventù era stato seminarista, una componente religiosa che non lo abbandonò mai anche quando tornò alla vita civile. Membro, come tanti giovani del tempo, della Gioventù del Littorio, finita la guerra si avvicinò alle forze politiche di ispirazione liberale, una branca del partito dell’Uomo Qualunque, allora assai in auge. 

Ventiquattro anni, fuori corso della facoltà di Giurisprudenza, di lui si sapeva solo che era un fervente nazionalista, ma di cosa avrebbe fatto in seguito forse non lo sapeva neanche lui, ma un’idea ce l’aveva; ormai divenuta una vera ossessione: uccidere Togliatti

Arrivato a Roma cercò ingenuamente di farsi riceve da “il Migliore” come ormai era chiamato Togliatti dai suoi compagni, nella sede in via delle Botteghe Oscure, ma l’incontro non avvenne e così nella stessa mattinata si recò a Montecitorio, a pochi minuti a piedi, dove riuscì ad ascoltare proprio l’intervento del suo bersaglio da uccidere. 

Sapendo che di lì a poco Togliatti, insieme alla sua compagna Nilde Iotti, sarebbe uscito per una porta secondaria del Palazzo, non esitò a farsi trovare lì davanti e a sparare quattro colpi di cui tre colpirono in maniera grave il politico. 

L’attentato fece scoppiare immediatamente una miccia a mala pena sopita, cominciarono così gli scioperi spontanei e alcuni partigiani ritirarono fuori le loro armi nascoste per l’imminente ‘rivoluzione rossa’, i giornali di sinistra dell’epoca cominciarono a scrivere di tutto, tra cui una cospirazione americana con il coinvolgimento diretto della Democrazia Cristiana, da pochi giorni uscita vincente dalle elezioni politiche del 1948 proprio contro le forze di sinistra socialisti e comunisti. Insomma, era il caos in una società ancora sanguinante dalle ferite scoperte lasciate dal recente conflitto. 

Fortunatamente Togliatti non morì e invitò i suoi compagni a desistere da scontri con la polizia per non innescare pericolosi corti circuiti politici, ma la tensione cominciò a calare grazie anche, si disse, a Gino Bartali che proprio in quei giorni trionfò nel Tour de France, facendo ritrovare l’unità nazionale sotto il tricolore. 

Intanto Pallante, subito tratto in arresto, senza opporre resistenza, si dichiarò ben cosciente di ciò che aveva fatto. 

Venne processato per tentato omicidio e fu condannato a 13 anni e otto mesi di reclusione; pena ridotta in secondo grado a dieci anni e otto mesi; di cui, grazie ad un’amnistia, scontò solo cinque anni e tre mesi di carcere.

Venne scarcerato nel 1953. 

Di più, non essendo stato interdetto dai pubblici uffici, dopo avere scontato la pena, si impiegò alla Forestale e, in seguito, alla Regione Sicilia, senza però interessarsi più di politica. 

Una storia che per anni fece discutere tutta l’Italia, per poi, come tutte le vicende umane entrare lentamente nei ricordi e infine nel dimenticatoio. 

Di lui, chi lo conobbe, ne parlava come di una persona assai religiosa, gentile, riservata e appassionata di cruciverba.

Chi avrebbe mai potuto credere che questo signore tranquillo in gioventù stava per far crollare nella guerra civile la giovane Repubblica Italiana.

Per fortuna la storia prese tutt’altra strada.

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