Economia

Crollo demografico in Cina e anche il PIL ne risente

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La politica del figlio unico e la grave crisi del Dragone asiatico

Da cosa ci si accorge se un Paese è sviluppato, ricco o, quanto meno, ha una ricchezza diffusa a livello sociale? Semplice, al di là di tanti discorsi complicati, dalla denatalità, quando non nascono più bambini.

Sembra assurdo, ma, proprio quando c’è la possibilità di mantenere uno o più figli, ecco che i giovani preferiscono godersi la vita senza tanti problemi, come invece avrebbero nel dover crescere un bambino.

Un egoismo denunciato tante volte nei confronti del mondo occidentale, ma che ora fa capolino nella più popolosa nazione della Terra, ovvero, con il suo miliardo e mezzo di abitanti, in Cina. Un primato che ben presto dovrà cedere all’India e non solo per quanto riguarda i nuovi nati.

E così, a causa di questo problema, per il mitico ‘dragone’, si stanno profilando enormi incognite anche sul piano economico.

Uno slogan creato qualche anno fa da alcuni ricercatori finanziari premoniva: “La Cina rischia di invecchiare prima di diventare ricca”. Mai profezia sembra più centrata.

Vediamo alcuni dati: la popolazione, per il calo di nuovi nati, solo nello scorso anno si è ridotta di circa 800 mila unità, avviando così una crisi che sembra irreversibile, almeno secondo tutti gli esperti di demografia.

Non era mai successo, almeno nei tempi recenti, che i decessi superassero in modo evidente le nascite. Bisogna risalire al 1961 per un risultato del genere, l’anno della più grave carestia del secolo scorso causata dalle scelte efferate di Mao Tse Tung con il famoso e fallimentare ”Balzo in avanti” dell’economia cinese, che condusse l’intero Paese alla fame. Ma appena la situazione cominciò a migliorare negli anni che seguirono, ci fu un vero e proprio boom di nascite, con la popolazione che aumentava in maniera vertiginosa al di là delle possibilità economiche della nazione.

Davanti a questo problema, il governo pensò bene di rivedere la politica demografica imponendo nel 1979 ad ogni nucleo famigliare non più di un figlio, senza valutarne però i contraccolpi.  

Furono anni terribili per un popolo abituato a famiglie numerose dove i figli erano fondamentali, non solo per gli affetti, ma anche come ricchezza lavorativa e assicurazione per la vecchiaia dei genitori.

Con questa legge, essendo il totalitarismo comunista cinese assai severo, chi trasgrediva subiva gravi ripercussioni sul lavoro e, nei casi di recidiva, anche il carcere.

Molti furono all’epoca gli aborti cosiddetti di Stato, incoraggiati dalle autorità per porre freno alle nascita, ma più tragici furono certamente gli omicidi volontari verso i propri figli appena nati con una vera e propria selezione dove soprattutto le bambine venivano sacrificate in favore dei bambini. Purtroppo, le femmine, in una società ancora arretrata, erano un peso per la famiglia senza alcun ricavo: costava, infatti, mantenerle, farle studiare e una volta sposate i suoi genitori si trovavano con il classico ‘pugno di mosche in mano’. Il maschio, invece, poteva lavorare e rimanere nell’ambito famigliare e aiutare i genitori.

Una riforma, oltre che crudele, anche ottusa tanto che, a differenza di molte altre nazioni, oggi la Cina si trova ad avere una maggioranza schiacciante di uomini con una forte riduzione di donne, già evidente in molte province dell’immenso Paese, con gravi ripercussioni sociali ed economiche.

Per fortuna la legge del figlio unico, visti i risultati fallimentari, è stata abolita nel 2015; ma questo non ha certamente risolto il problema perché, come accennato, i cinesi fanno ugualmente sempre meno figli, tanto che lo scorso anno sono nati circa 9 milioni di bambini, una cifra che a noi può sembrare enorme, ma che se pensiamo che solo tre anni fa erano nati oltre 14 milioni di bambini, rivela immediatamente la gravità della situazione.

Qualche ingenuo, leggendo queste cifre, potrebbe pensare che per la Cina valga il teorema di “meno popolazione, dunque, più ricchezza da dividere per tutti”, ma nulla è più sbagliato per il semplice fatto che una economia sana si sviluppa sulla forza lavoro e la produzione di beni, e sul conseguente aumento dei consumi interni. Fattori che adesso, con il problema del calo delle nascite, entrano in profonda crisi.

Negli ultimi dieci anni i lavoratori, coloro che sono nella fascia di età tra i 16 i 60, anni sono scesi di 40 milioni di unità e saranno, in negativo, almeno altri 200 milioni fra poco meno di trent’anni, nel 2050, aprendo così un vuoto che noi italiani, purtroppo, conosciamo assai bene. Ci saranno più anziani che giovani, più pensionati che forza lavoro, con tutto ciò che questo comporta in termini di sostenibilità come, ad esempio, le pensioni o la sanità.

Fra meno di quindici anni, coloro che saranno fuori dal lavoro in Cina per raggiunti limiti di età saranno almeno 400 milioni, cioè più di un terzo dell’intera popolazione.

Un problema assolutamente non sopportabile per quella che ancora è considerata la “fabbrica del mondo” già fin d’ora, ad esempio, non si trovano in molti settori produttivi un numero sufficiente di lavoratori che servirebbero; e poi, con meno persone, come abbiamo segnalato, per riflesso, ci sono anche meno consumatori. Il  che incide notevolmente sul programma di sviluppo. Tant’è che anche il PIL cinese comincia a risentirne.

Lo sviluppo industriale è sceso al 3%, mancando per la prima volta l’obiettivo fissato dal governo al 5,5% per il 2022; e per la Cina, se si esclude il 2020 che fu frenato dal Covid e la recente chiusura preventiva per frenare il diffondersi del virus, è certamente il peggiore risultato dal 1976, quando il Paese però ancora doveva rimarginare le ferite prodotte dalla ‘Rivoluzione culturale’.

La crescita annuale si è così arrestata, una frenata pesante se si guardano i dati al +8,1% solo nel 2021. Elementi che sembrano indicare, nonostante tutto, un timido rimbalzo fisiologico per la fine di quest’anno, ma, tuttavia, bisogna prendere atto che si è chiusa, forse per sempre, la grande crescita che ha segnato gli ultimi decenni e non solo per la Cina, ma anche per il mondo intero.

Come ogni regime, anche Pechino ha indicato all’esterno la prima causa del rallentamento economico individuando nella “situazione globale complicata e grave”, l’attuale crisi interna, ma ha dovuto ammettere anche la presenza di una “tripla pressione interna” tra “contrazione della domanda, choc dell’offerta e indebolimento delle aspettative”; e non è cosa da poco dover accettare, se pur tra le righe, il cedimento della propria politica per un regime assoluto così capillare come quello cinese.

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