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In cammino tra inesperienza e disegno politico

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I primi mesi del governo Meloni e la mentalità bloccata del Paese

Il sistema Italia, in politica, si evolve per linee assolutamente eccentriche rispetto al confronto e al dibattito sulle idee e sulle soluzioni ai temi centrali. E vive di una mai superata “conditio”: vi è qualcuno che continua ad arrogarsi il privilegio di dare pagelle senza riceverne a sua volta e ad ogni cambio di governo pensare di dare la linea a quello che segue anche di diverso colore. 

È un evidente abbaglio e il segno di una non compiuta transizione “democratica”, tema che riguarda senza distinzioni sia destra che sinistra, in senso psicologico. Troppi decenni trascorsi a combattersi sul fronte ideologico senza mediazioni, troppe menti versate allo scontro e non al dialogo. Oggi come ieri si procede per generalizzazioni, per condanne apodittiche, per ukase senza riferimento ad alcunché che ne abbia diritto. Unica cosa che non si fa, leggere, comprendere e soprattutto applicare ad ottanta anni di distanza la Costituzione. Non un libro dei sogni, ma il distillato di menti diverse e lontane accomunate sinceramente nell’obiettivo di impedire derive autoritarie in ogni direzione. Certo nessuno si è mai nascosto, avendo un minimo di capacità di analisi, che le diverse forze politiche seguissero pur sempre le loro idee portanti e di fondo, ma il senso delle istituzioni repubblicane ha fatto sempre premio per fortuna del paese, su ogni tentativo contrario.

Ecco perché oggi, di fronte al cambio di maggioranza e di governo politico più accentuato in una direzione differente dal passato perché gli italiani al voto hanno impresso con chiarezza questa spinta, la maturità politica dovrebbe evitare ed impedire consuete e quotidiane requisitorie su come si governa o su quello che si dovrebbe fare. Nello scrivere queste riflessioni non si vuole minimamente esprimere una valutazione di parte politica per così dire né in una direzione né in un’altra, ma richiamare con semplicità alcune cose non secondarie. 

Se il popolo nell’eleggere i suoi rappresentanti dopo anni di mutamenti politici alternativi senza elezioni nell’ambito di una stessa legislatura, nell’iniziarne una nuova ha indicato con chiarezza chi deve assumere le responsabilità di governo evidentemente ha inviato un messaggio chiaro: chi ha preceduto questo esecutivo ora alla prova, non ha meritato la rielezione e la maggioranza. Non è un caso che tutte le forze politiche tranne una abbiano segnato il passo se non perso preziose posizioni importanti rispetto al voto precedente. Quasi una lezione e un monito a modificare quanto necessario per riacquistare la fiducia dell’elettorato. Quello al quale stiamo assistendo mentre un esecutivo alle prime armi e in brevissimo tempo deve affrontare montagne di problemi interconnessi, è invece un continuo richiamo a come si dovrebbe governare, e non come si sta facendo; un contino persistente riferimento presente al proprio metodo bocciato dal paese. 

Recentemente abbiano osservato, meglio dire esortato, a trovare il modo di tornare un paese normale nel modo di porsi e di affrontarsi. Invito rivolto a tutti, sia di maggioranza, che di opposizione, per saper rappresentare al meglio il proprio bagaglio e il proprio elettorato; e a cercare nel quadro del sistema democratico il modo di coniugare e far funzionare le istituzioni che sono di tutti e non di questo o quel partito o movimento, perché soltanto in questo modo è possibile studiare e trovare soluzioni non di breve periodo ma strutturali. Per i tanti, troppi, punti difficili e di crisi che il paese si porta dietro da decenni la pratica inveterata di distruggere quello che c’era, prima di porre in atto il proprio programma, ha rafforzato e peggiorato le cose soprattutto alla luce anche di un contesto internazionale tutt’altro che stabile e che ingigantisce i problemi intrecciandoli poi con le nostre carenze.

Il mix che ci appare è allora quello di una sostanziale – e non poteva essere altrimenti – inesperienza nel governo della cosa pubblica e nella correlata volontà di attuare un programma fatto di “parole d’ordine “ da portare avanti. La realtà si sa è spesso molto diversa e i problemi reali molto variegati e divergenti da quelli che si immaginavano. Il paese che si immagina o immaginava non è quello nel quale applicare scelte e decisioni cogenti e di fronte a scadenze non della storia ma più semplicemente della quotidianità. I punti saldi del programma, allora devono essere esplicati nel medio lungo periodo essendo quello presente fatto ogni giorno di emergenze e su ogni fronte. 

A livello speculare, passare il tempo a criticare, condannare, a stupirsi che si vogliano fare cose diverse da quelle a suo tempo immaginate è un punto dolente di ogni forza di opposizione e in primis di quella che più di ogni altra si ritiene quasi parte integrante del sistema tanto da immaginarsi in posizione censoria ad ogni passo. Prendendo spunto dal tifo calcistico potremmo dire che se le cose sono andate come sono andate, allora qualcuno “nun ce vo’ sta” o ancora protesta perché è stato sostituito nell’impiego dei poteri e delle risorse di governo. Se si crede nella democrazia occorre rimboccarsi le maniche e guardare avanti, impegnandosi a ritornare credibili per ricandidarsi alla guida del paese. 

Non ci sono predestinati ma soltanto un agone dove tutti coloro che hanno idee e possibili soluzioni devono misurarsi di fronte al popolo, risultare coerenti e credibili, e partecipare intanto al sistema democratico di maggioranza e opposizione senza preconcetti portando il proprio contributo al miglioramento delle decisioni che si vanno a prendere. 

Scelte aventiniane o di malriposta superiorità morale e materiale lasciano ormai il tempo che trovano e nel passato sappiamo dove ci hanno condotto!         

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