Società

La morte di Giulia e l’inutile lotta al femminicidio, almeno per ora

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Lo scorso 5 dicembre si sono svolti a Padova i funerali di Giulia Cecchettin, la ragazza appena ventenne uccisa brutalmente da chi la doveva amare; il suo fidanzato, o presunto tale, visto come è finito il loro rapporto. 

Una morte che ha colpito più di tanti altri omicidi contro le donne, per la simpatia e dolcezza che riesce a trasmettere ancora dalle sue foto, tanto che ognuno l’ha sentita come la propria nipote, la figlia o l’amica.

Una serie di circostanze efferate l’hanno trasformata, suo malgrado, in un simbolo, oltre che di pietà umana, anche di vero revanscismo ideologico, addossando la colpa del femminicidio non solo alla responsabilità individuale, ma anche alla società intera. Uno scontro politico, culturale, di costume e del cosiddetto impegno civile, nell’intramontabile guerra dei sessi dove a perdere per adesso la battaglia, è il maschio con le sue peculiarità, la sua storia e la sua pseudo voglia di dominare. Insomma, la morte di Giulia ha aperto una specie di vaso di Pandora dove è uscito tutto il nostro malessere schiudendo uno scontro ideologico che pensa ingenuamente di risolvere atavici problemi che ci portiamo dietro da secoli.

A scatenarsi in una campagna di “ostilità” verso il genere maschile imputato per questi crimini sono state, come era prevedibile, le eterne femministe, trasformatesi ben presto in vere Erinni politicizzate pronte alla battaglia per rivendicare la loro libertà e dignità contro una società, a sentir loro, ancora patriarcale, in un cocktail al quale sono stati aggiunti come colpevoli: la famiglia, la scuola, la Chiesa, la politica e anche, mentre c’erano, il governo Meloni.

In questa febbre collettiva contro il femminicidio, la povera Giulia è solo una figura, per una battaglia fatta di slogan vuoti e ritriti (pur inseriti tra ragionamenti seri e circostanziati. Ndr) dove c’era tutto e il contrario di tutto facendo perdere di vista il cuore di questi omicidi, con atti di vero razzismo nei confronti degli uomini come se questi fossero globalmente degli assassini o stupratori, lo stesso quando si afferma che tutti i rom o sinti sono ladri, che tutti gli ebrei sono avari e i neri sporchi e cattivi. Un modo di pensare che credevamo aver relegato per sempre nella soffitta della storia.

Si sono sentite le proposte più strampalate o quanto meno superflue per combattere e vincere questo crimine. Tutte soluzioni, confesso, che sento da più di cinquant’anni senza che abbiano apportato una benché minima soluzione.

C’è chi propone di approvare leggi speciali o istituire giornate sul femminicidio, una specie di Giornata della Memoria, oppure innalzare a Padova nel Parco della Valle addirittura una statua nel ricordo della giovane, ma la proposta più classica in questi casi è quella di denunciare, come spesso capita, la scuola che non insegna il rispetto verso la donna o almeno il valore dell’affettività tanto che è stato proposto di inserire quest’ultima come materia di studio. Chissà se sono previsti anche compiti a casa e interrogazioni.

L’idea di porre al centro del disagio come soluzione la scuola, dunque lo Stato, è tipico di questa società moderna dove prima vengono distrutti i cardini che tenevano in piedi la società e adesso vorrebbero ripristinarli, come se nulla fosse accaduto in questi ultimi decenni. 

Oggi si delega ad una istituzione, un tempo non lontano fiore all’occhiello della cultura italiana, purtroppo vittima della contestazione ‘sessantottina’ che l’ha condotta allo sbando. 

Ricordiamo solamente recenti fatti di cronaca dove i professori vengono intimoriti dalla violenza dei loro stessi alunni, il bullismo che dilaga tra i ragazzi a cui si aggiungono i genitori, i quali o sono assenti oppure intervengono in favore dei figli contro gli insegnanti togliendo a questi ultimi ogni autorevolezza nei confronti dei ragazzi, i quali crescono senza punti di riferimento. 

Solo qualche generazione fa, l’educazione nella sua accezione più ampia, era demandata alla famiglia, vero baluardo contro ogni eventuale sbaglio dei figli accompagnandoli nella loro crescita con parole come rispetto, educazione, valore del lavoro, rispetto delle persone e della società dove si viveva. 

A completare il compito educativo si aggiungeva un tempo ai genitori, non in maniera subalterna, ma come soggetto necessario per la crescita dei ragazzi, anche la Chiesa. Si poteva essere anche non credenti, ma la sua struttura con i suoi oratori, solo per fare un esempio, diventava un prolungamento della famiglia con in più l’aggregazione con altri giovani, senza playstation o cellulari. Era il luogo dove si trascorrevano momenti belli tra risate, amicizie vere e si cresceva nel rispetto dell’altro, in breve i ragazzi non erano soli e abbandonati a sé stessi. 

Purtroppo, negli anni anche queste istituzioni sono state distrutte, mettendole in continuo stato di accusa, ridicolizzandole come qualcosa di vecchio e stantio e, dunque, senza alcuna credibilità.

Ora gli strumenti per combattere realmente il femminicidio non ce ne sono più, se togliamo l’impegno della magistratura. Dovranno passare purtroppo altre generazioni fintanto che si riformi nelle coscienze un nuovo atteggiamento e allora anche il femminicidio, almeno in parte, sarà vinto. 

A questo punto bisogna dire amaramente come meravigliarci se un giovane non si comporta in maniera educata, rispettoso della donna e del prossimo in genere, chi glielo ha insegnato, quali sono stati i suoi punti di riferimento. 

Dobbiamo dirci, in tutta onestà, come avrebbe detto Eduardo De Filippo ‘Adda passà ‘a nuttata, prima di ritrovare gli strumenti veri e concreti per fronteggiare questa mala società odierna. I danni, inutile nasconderlo, sono stati fatti e gravi. 

Per distruggere, seguendo un vecchio adagio, ci vuole assai poco, ma per ricostruire occorre molto più tempo, sempre se ancora ne rimane.  

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