Società

Noi, il Natale e la povertà

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di Giovanni Federico

Il mondo è in ebollizione e il Natale si avvicina, così come il tempo delle consuete promesse di essere tutti più buoni, almeno per qualche giorno. Siamo sorpresi da un tempo che non solo ci sfugge di mano, ma ci fa altresì sfuggire i fatti e il senso delle cose. 

Lo stesso tempo che sfrutta la nostra capacità di adattamento, la nostra abitudine per ciò che accade, la nostra speranza di invertire il corso della storia, la nostra illusione di riuscire a cambiare gli eventi e tornare a forme di vita più accettabili. 

Siamo inquieti per le guerre in corso e per una terra dal tessuto lacerato che sembra non sopportare più il suo stesso peso. La realtà ci sfugge insieme alle cause che l’hanno originata. 

I conflitti in essere ci tornano comodi per imputare quasi esclusivamente alle armi la nostra inquietudine, a cui si aggiunge qualche pubblicità che rammenta, particolarmente in questo periodo, di essere più generosi verso il prossimo bisognoso. Un richiamo di attenzione verso chi è costretto ad una vita perennemente ad alta tensione di iniquità.

Mi viene in mente un saggio ormai datato di Marco Zupi, attuale direttore del CeSPI, sulla povertà e sulla possibilità di sconfiggerla.

Un lavoro datato una ventina d’anni che sembra non aver perso il passo rispetto ai giorni d’oggi. Da esso traggo spunto per ricordare alcune grida d’allarme dell’autore, utili a far comprendere la drammaticità della situazione attuale, frutto di quella disparità che nel tempo si è andata sempre più aggravando.

La povertà secondo l’autore è descritto come un processo cumulativo. I più capaci sono naturalmente destinati ad aumentare il proprio benessere mentre i meno abili sono condannati a cadere in una condizione di sempre maggiore indigenza e frustrazione. 

Il divario tra i primi e i secondi è aumentato in modo significativo e il numero dei poveri ha conosciuto primati mai uguagliati in precedenza. Sviluppo tecnologico ed informatico ed una maggiore possibilità di movimentazione di beni, servizi e capitali hanno all’epoca contribuito alla internazionalizzazione dei processi produttivi e delle dinamiche aziendali di presenza sul mercato. C’è da credere che la situazione oggi è enormemente peggiorata. I tempi che ci attendono, con l’AI che incombe, sono vieppiù drammatici.

Tutto il mondo era già allora diventato fonte di reperimento di beni e di materie prime e di consumo. E l’attenzione era protesa, più che alle merci, agli strumenti di commercializzazione delle stesse; il valore era dato più dai marchi, o brand, che dal prodotto. Tant’è che la spesa pubblicitaria già allora superava di un terzo la crescita della economia del pianeta. 

Qui di seguito pochi esempi e qualche numero, sempre riferiti al ventennio scorso, da far impallidire.  Saremmo presi inevitabilmente da una senso di ingiustizia ancor più se aggiornassimo i dati ai tempi nostri, essendo ulteriormente aumentato il divario tra il numero dei ricchi e il numero dei poveri.

Il processo di globalizzazione economica già al tempo del saggio di Zupi riguardava tutti i settori, incluso quello culturale. Ad es. l’80% di quanto passava in televisione in Europa veniva prodotto negli Stati Uniti. Mentre solo l’1% dei programmi mandati in onda in America proveniva dall’estero.

Ed ancora, lo scollamento tra economia finanziaria ed economia reale era totale. Ad un sensibile aumento della produzione non corrispondeva un incremento del tasso di occupazione, anzi vi corrispondeva una riduzione. Ad es. – sempre negli Stati Uniti – il settore industriale dal 1973 al 1992 ha avuto un incremento produttivo del 60% mentre la forza lavoro era calata da 22 a 18 milioni di persone. E, giusto per dirne una, il comparto dei servizi finanziari impiegava al massimo il 5% della realtà del lavoro.

Da ultimo, il Covid ha messo in grande apprensione l’umanità obbligando a nuovi moduli organizzativi della economia. Diversi anni prima l’Aids aveva afflitto 28,5 milioni di africani, 6 milioni di asiatici, 1,5 milioni di latinoamericani. Anche in questo caso con gran divario. Ad es. nel 2001 l’Aids aveva contagiato 5 milioni di individui, di cui 40.000 in Nord America e 30.000 in Europa. 

Il costo delle cure era stato insopportabile per i paesi poveri e la tutela (il regime) dei brevetti non aveva permesso una produzione accessibile a chi non disponeva di risorse. Del resto, i paesi industrializzati disponevano del 97% di tutti i brevetti e le imprese multinazionali ne erano proprietarie del 90%.

Per segnare qualche ulteriore differenziazione, anche nel campo della informatica e della comunicazione si registravano differenze abissali. Fino al 2000 il 26% degli abitanti degli USA erano collegati ad internet contro lo 0,8 della popolazione latino-americana e lo 0,1 di quella africana. Per la telefonia gli accordi internazionali di roaming, segnala l’autore dello studio, hanno consentito il collegamento tra Europa ed un paese africano, ma non all’interno degli Stati africani.

Sempre stando alle cifre di quel periodo, 100 milioni di bambini lavoravano avendo per casa la strada, 250 milioni erano quelli che lavoravano, 300.000 erano bambini-soldato, e, oltre 1 milione di ragazze erano costrette a prostituirsi.

Nei così detti paesi in via di sviluppo, dove viveav l’80 % della popolazione mondiale, il prodotto nazionale lordo pro-capite era al meglio di 800 dollari, in una decina di casi di 200 dollari contro i 22.000 dollari dei paesi industrializzati e in una decina di questi si arrivava ai 30.000 dollari.

Ogni anno 30 milioni di persone moriva di fame e 800 milioni pativa una condizione di malnutrizione, 14 milioni di bambini morivano prima dei 5 anni. Nei Paesi poveri la speranza di vita non superava i 40 anni, oltre 1 miliardo non aveva accesso all’acqua potabile, 850 milioni di adulti erano analfabeti, 325 milioni di bambini erano costretti ad abbandonare le scuole elementari, 700 milioni avevano un salario inferiore al livello minimo di sussistenza.

È aumentata la concentrazione del potere economico in mano a pochi. Su 100 imprese multinazionali 90 sono d’Europa, Nord America ed Estremo Oriente. Le multinazionali controllavano il 25% della produzione mondiale con un volume d’affari di 11.000 miliardi di dollari l’anno. Per fare un esempio le 10 principali imprese di comunicazione avevano il dominio dell’86% del mercato mondiale.

Il patrimonio dei tre principali miliardari del mondo era maggiore della somma del prodotto nazionale lordo dei 49 paesi sottosviluppati con i loro 600 milioni di abitanti.

Va considerato che le cifre riportate, pur essendo stagionate, evidenziano e predicono un mondo basato segnato da disuguaglianze insopportabili lasciando chiaramente intuire gli effetti che ne sarebbero conseguiti.

Sono dati che negli ultimi venti anni sono decuplicati e che ci parlano di un mondo ingiusto e assurdamente sbilanciato tutto da una sola parte.

C’è una umanità che reclama una urgente inversione di tendenza, chiedendo di attivare una diversa politica di ridistribuzione, popolazioni intere non più disposte ad offrire il collo ad una minoranza sempre più ingorda. In mancanza di questo il botto sarà grande. Troppe micce sono già accese e già ne incominciamo ad intravedere i primi effetti.

Il ravvedimento in cui speriamo è il solo augurio da scambiare, che sia davvero un tempo di avvento e che non disperda invece nel vento le attese di milioni di uomini e donne.

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