
In Iran i morti da rammentare a causa della brutalità della “polizia morale” sono così tanti da non poterli più contare, Troppi da ricordare, tanti da passare nel dimenticatoio. Deve essere questo su cui punta il regime; a Roma direbbero “buttarla in caciara”, in modo che nessuno dei nomi di questi martiri possa restare scolpito nella memoria di qualcuno.
La morte di Armita Garawand è possibile che per quest’anno, visto che è finito, fermi l’elenco delle vittime. Hanno sbrigato la pratica presto e bene. L’hanno sorpresa senza velo in metropolitana e hanno pensato di cucirle addosso tante bastonate da rammentarle la lezione anche dopo la morte.
Poco dopo hanno arrestato anche la madre della ragazza che aveva chiesto di volerla incontrare per sapere delle sue condizioni.
Nello stesso giorno due giornaliste sono state condannate a più di una decina d’anni di carcere perché accusate di collaborazionismo con il governo ostile degli Stati Uniti. Tutto entra nel tritatutto del potere iraniano.
Il regista Dariush Mehrjui ad ottobre è stato ucciso, si presume da qualche invasato, dopo aver subito per anni le censure del regime. L’assassino ha pugnalato a morte anche la moglie. Nessuno potrà lamentarsi così di favoritismi.
Tutto sembra andare secondo le intenzioni del potere che conta che il mondo con i venti di guerra che tirano abbia altro a cui pensare e si stanchi di protestare per la spietata repressione.
Ci si è messo però d’inciampo l’assegnazione del premio Nobel per la Pace a Narges Mohammadi, un’attivista per la difesa dei diritti umani del suo paese, da tempo in carcere.
Le hanno comminato, per come si comprende, 11 anni e 11 mesi di carcere. Tanti quanti già scontati dal marito, in una prima fase, a cui ne hanno fatto però seguire altri 4.
Per lei in aggiunta hanno previsto 154 frustate, perché rammenti bene di non andare più contro la loro legge.
Le è stata altresì negata l’assistenza sanitaria, necessaria a seguito di diversi attacchi cardiaci subiti, ed è tenuta in condizioni disumane di isolamento.
Giorni fa nel Municipio di Oslo i suoi figli hanno ritirato il Premio Nobel al suo posto. Sulla scena una sedia vuota dietro la quale è stato posto un ritratto della donna a capo del Movimento “Donna, vita e libertà”.
Di mezzo c’è una vita consumata senza il marito e i figli e una battaglia per un ideale. Suona strano in un tempo dove dilagano, cinismo, rassegnazione ed egoismo.
I figli hanno ritirato per lei l’onorificenza con la gioia del riconoscimento e lo sgomento di non avere da 18 mesi un contatto con la madre. È così da quando avevano 4 anni. A turno i genitori hanno speso gran parte degli anni di vita in carcere. Il destino ha voluto che fossero gemelli in modo da ripartire insieme ed in ugual misura il dolore che li accompagna da sempre.
Alla fine, di questo giorno non resterà che un po’ di clamore presto soppiantato da fatti più sanguinolenti come le guerre in corso.
Tutto diventa questione di proporzioni. Dove abbondano i morti non c’è merito per chi soffre di costrizioni e torture all’interno del proprio paese.
Questo spendersi per una idealità ha qualcosa di antico, riporta l’Italia ai romantici tempi di Silvio Pellico e in altri Stati a qualche altro esempio di impegno per la libertà e per una buona causa.
Il sacrificio di Narges Mohammadi suscita sentimenti contraddittori, di apprezzamento e di fastidio. È un qualcosa dal sapore nostalgico che ci fa sentire vecchi quando ne consideriamo la presenza.
È un tema fuori moda che scomoda il nostro fluido procedere verso terre nuove e dimensioni d’avanguardia di un secolo tutto tecnologia e intelligenza artificiale.
Lo stesso Premio Nobel ha un sapore di tradizione ma anche di muffa, come quei festival di un tempo che non lasciano traccia di note da ricordare. La realpolitik, del resto, impedisce di congelare ogni scambio commerciale con l’Iran e di isolarlo fino allo stremo perché si ravveda dal suo operato.
Con un mondo di tal fatta, l’Iran può dormire sonni tranquilli, almeno fino a che, come diceva Cavour, la storia, essendo la più grande improvvisatrice, non deciderà di battere un colpo nuovo e diverso, magari restituendo a un mondo che non la merita la bellezza di Narges Mohammadi o l’Iran alla libertà.
