
Mio Dio come sei caduta in basso
Il 2023 non è stato un grande anno malgrado la sua composizione nella cultura popolare potesse far presagire ad un po’ di fortuna. Si è chiuso però con coerenza con una ventata di fatti da non mandare a memoria. Niente di speciale, siamo in piena coerenza a quanto già visto negli ultimi anni, si tratta più che altro di tristi riconferme.
Tempo fa Don Tonino Bello, una delle figure più prestigiose della Chiesa italiana, a proposito della pace in una splendida omelia diceva:
“Qui si tratta di deculturalizzarsi da questo stile di odio, di aggressione … Noi non dobbiamo essere solo contro le spade ma anche contro le corazze, perché quando uno si costruisce una corazza suppone già che ci sia una spada e si entra nella logica della ritorsione … Finché vigoreggiano nella nostra comunità gli odi personali, gli odi di famiglia, queste alleanze sorde di un gruppo contro l’altro … come possiamo noi parlare di pace, essere facitori di pace? … Anche nell’ambito della nostra comunità cittadina se non si va un pochettino più d’accordo, se non ci si mette insieme noi, non combineremo mai niente, non saremo una comunità che si aspetta vicendevolmente; non riusciremo mai ad essere una comunità che ha il diritto di aspettarsi dai suoi amministratori, dei suoi capi, qualcosa di valido … Ricordiamoci di passare dalla coesistenza alla convivialità”.
Diceva G.L. Buffon che lo stile è l’uomo stesso. Sembra in Parlamento prevalga, quanto al termine “stile”, invece più il richiamo ad una asta d’osso o di metallo appuntita ad una estremità e piatta dall’altra, usata per scrivere in antichità sulle tavolette cerate, ma non necessariamente insulti al proprio avversario.
Dallo stile alle stilettate il passo è breve. Lo stiletto è di nuovo identico attrezzo ma usato per uccidere un avversario.
Negli ultimi mesi dell’anno passato sono volati stracci nelle istituzioni. Nulla di nuovo sotto al sole. L’occasione da non perdere è stata dettata dalla dichiarazione dei redditi dei rappresentati eletti al Parlamento a che producano leggi utili alla comunità.
Uno, Conte, il più povero, che accusa l’altro, Renzi, di essere il più ricco e di aver accettato incarichi al soldo di governi stranieri, fondi sovrani o società collegate.
Il secondo che si difende sostenendo di dare un buon contributo all’erario dello Stato pagando in un giorno il triplo di quanto Conte corrisponde in un anno.
Gasparri coglie la palla al balzo per dire la sua, rappresentando come occorrerebbe far luce sulla esiguità di quanto denunciato da Conte che, di rimando, replica contestando a Gasparri come abbia omesso di denunciare un incarico di Presidente – lobbysta di una delle società che opera in materia di cybersecurity.
Calenda per non perdere la battuta a sua volta fa una ramanzina a Renzi, fino a poco fa compagno di cordata, e così via.
Potrebbe, anche stavolta, tirare aria di un altro giurì d’onore oltre quello chiesto da Conte avverso Giorgia Meloni per la vicenda dei fondi MES. Il Giurì sta diventando un istituto fascinoso a cui ricorrere per salvare la propria reputazione. Alla fine, ci sarà un verdetto, un “vere dictum”, un detto con verità che farà giustizia dei chiamati in causa.
Per chiudere in bellezza, in una festicciola di Capodanno un parlamentare, almeno da quanto emerge dalla cronaca giornalistica, ha fatto mostra della sua piccola pistola, regolarmente detenuta, e in un modo o nell’altro ne è partito un colpo che ha ferito uno dei presenti.
Speriamo, quanto accaduto, sia l’ultima definitiva visione della parodia di un film da un titolo di per sé evocativo, “Mio Dio come sono caduta in basso”. Dalla dichiarazione dei redditi al redde rationem del paese il passo è breve.
