
Il genio italiano non ha mancato di lasciare segni importanti nel mondo. Sbaglia chi d’istinto pensa solo al patrimonio artistico che non ha uguali a confronto di altri paesi del pianeta.
Dal dopoguerra ad oggi gli italiani hanno realizzato opere infrastrutturali che ci hanno distinto per qualità e innovazione. Si tratta di imprese che non soltanto che ci hanno fatto onore all’estero ma realizzate per buon vanto anche nel nostro paese.
È il caso della Tangenziale di Napoli la prima autostrada urbana automatizzata d’Europa se non del mondo. Sempre a Napoli, oggi città di gran voga, per fare ancora qualche esempio, la realizzazione del Centro Direzionale firmato da Kenzo Tange nonché la prima tratta di Alta velocità in collegamento con Roma.
In tempo di Prima Repubblica, il ruolo delle allora Partecipazioni Statali ha consentito all’Italia di essere tra le prime quattro nazioni industrializzate del mondo. I progetti trovano concretezza camminando sulle gambe degli uomini.
Personaggio di punta di quella invidiabile esperienza è stato Ernesto Bruno Schiano che, quale “uomo” delle “partecipazioni statali”, oltre al recupero dell’area archeologia di Pompei, Ercolano, Stabia, Oplonti ha provveduto alla costruzione dell’ascensore panoramico (Bigo) e dell’Acquario a Genova, in occasione delle Colombiane del 1992, fino alla realizzazione del Mose di Venezia, oltre a disseminare il mondo di ponti e di strade dalla gran Bretagna agli Stati Uniti, dal Portogallo al Mozambico, dall’Iran all’Argentina fino all’Australia.
Entrato in Spea (società che aveva per mission le progettazioni edili e autostradali) ebbe il compito di progettare la Tangenziale di Napoli.
A dirla tutta la città di Napoli di tangenziali già ne aveva conosciute in passato. Tale era la strada carrozzabile di via Toledo che nel 1536 collegava la città vecchia con la nuova residenza vicereale.
Tre secoli dopo Ferdinando II di Borbone incaricò all’architetto Alvino di progettare un collegamento tra la parte orientale della città a quella occidentale.
Oggi la nostra cara Tangenziale è lunga 21 chilometri e da Casoria si inerpica sulle colline di Capodimonte, Camaldoli e del Vomero per poi stendersi sulla zona flegrea di Pozzuoli fino a congiungersi con via Domiziana.
Si dovettero affrontare difficoltà tecniche di non poca rilevanza come la galleria che attraversava il vulcano della Solfatara che doveva sopportare una temperatura non indifferente e al viadotto di Capodichino che ha resistito al terribile collaudo del terremoto del 1980.
Sin da principio fu subita pensata come una vera e propria autostrada tanto che prese originariamente il nome di “A56” con tanto di caselli e pedaggio. Il capitale fu interamente privato, anche se di soggetti partecipati dal pubblico, primo esempio di project financing 70%: IRI, 15% SME, 15% Banco di Napoli.
Il primo tronco, affidato all’IRI/Infrasud, ebbe piede nel 1972 nel tratto che va dal lago di Averno a Fuorigrotta e terminarono nel 1978.
Solo per inciso Schiano si occupò anche della direzione lavori, poi direttore d’esercizio, direttore generale e poi amministratore delegato della SPEA.
Quella fu peraltro la prima autostrada italiana ad essere illuminata e con la installazione di un sistema centralizzato del controllo del traffico con cartelli a messaggi variabili. E parliamo degli anni ‘70. Fecero seguito poi il tronco Fuorigrotta-Vomero, il Vomero. Camaldoli, il Camaldoli – Arenella.
Quindi si realizzò il viadotto di Capodichino sino allo svincolo con l’aeroporto. Si procedette anche con tecniche audaci per l’epoca come un sistema di avanzamento strallato che non comportava intanto disagi al traffico cittadino.
Schiano, in opposizione a chi suggerisse il contrario, impose anche lo svincolo per l’Ospedale Cardarelli sia pure solo in direzione di un suo accesso. Ciò in ragione della conformazione territoriale della zona.
A chi rilevasse l’assurdità di uno svincolo solo in unica direzione, Schiano replicò sottolineando l’importanza di poter agevolare il raggiungimento al più importante presidio ospedaliero non solo di Napoli ma dell’intera Campania.
“Per l’uscita”, disse con fulminante battuta propria dello spirito della sua terra, “non c’è fretta sia se si va incontro all’eternità, sia se si è guariti”!
Si diede poi mano allo svincolo del Vomero con l’uscita a via Cilea e a via Caldieri, e il completamento di via Pigna. Oggi la Tangenziale è ancora all’avanguardia e può vantare caselli muniti di autosufficienza energetica e il percorso è dotato di una illuminazione radente e intelligente che si autoregola in rapporto alla luminosità esterna e l’intensità del volume di traffico.
A uomini come Schiano dobbiamo il nostro grazie e nelle prossime pagine continueremo a raccontare le imprese dell’ECCELLENZA ITALIANA.
