Esteri

Uno stato federale in Palestina?

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IL PROBLEMA DELLO STATO PALESTINESE, PACE MONDIALE: PRIORITA’ ASSOLUTA EVOLUZIONE DAGLI ACCORDI DI OSLO AD OGGI IL NEGAZIONISMO DI NETANYAHU E LA VOLONTA’ DEGLI ISRAELIANI

È di questi giorni l’ennesimo tentativo del Presidente Biden di fermare l’azione militare di Israele, che si manifesta ormai come un eccesso di legittima difesa e che sta provocando tra l’altro, oltre alla morte di decine di migliaia di vittime civili innocenti denunciata ripetutamente da Papa Bergoglio, anche la possibile ingovernabilità di tutta l’area mediorientale, l’allargamento del conflitto e l’ondata di antisemitismo fin nel mondo occidentale. 

Tra Israeliani e Palestinesi le dispute territoriali e le differenti aspirazioni nazionali hanno finora vanificato ogni tentativo di soluzione pacifica di un conflitto che perdura, in modo più o meno eclatante, dalla nascita dello Stato ebraico.

Gli accordi di Oslo negli anni novanta sembravano aver segnato un grande passo in avanti con la prima proposta dei due Stati. Dopo l’assassinio di Rabin per mano di un fanatico, la società israeliana e il comportamento dei suoi governanti sono profondamente mutati anno dopo anno, portando a un totale ribaltamento delle posizioni di Israele. Le forze più conservatrici hanno prevalso, gli insediamenti in Cisgiordania sono aumentati, la ghettizzazione degli abitanti della striscia di Ghaza è divenuta opprimente. 

In questo quadro i ripetuti richiami dell’ONU sono rimasti inascoltati. L’appoggio incondizionato sempre garantito dagli Stati Uniti ad Israele è stato interpretato da tutti come l’immutabile sostegno americano all’unico vero baluardo e sentinella dell’Occidente nel mondo arabo.

In realtà gli Americani si accorgono solo oggi di aver concesso al governo israeliano una libertà troppo incondizionata, che ha portato alla situazione incontrollata di questi giorni, dove i ripetuti appelli, non solo statunitensi, a rallentare l’azione militare per arrivare almeno al cessare-il-fuoco sono da Netanyahu considerati irrilevanti, essendo per lui indifferibile il tentativo di annientare Hamas. 

Diciamo pure che nel proporre soluzioni per far tacere le armi, l’atteggiamento degli Stati Uniti è stato per lo meno inappropriato. Dopo le orrende stragi perpetrate da Hamas il 7 ottobre in territorio israeliano, si è passati da una ovvia solidarietà per le prevedibili e più che giustificate reazioni militari contro i terroristi, ai progressivi suggerimenti di moderazione nell’invasione della striscia di Ghaza e ora agli inviti più pressanti a sospendere le ostilità, per avviare un negoziato condizionato ovviamente al completo recupero degli ostaggi.

Ma, per quanto riguarda i possibili esiti del negoziato e le proposte sui futuri assetti che dovranno derivarne, le proposte avanzate sono state inadeguate ed approssimative. Si è passati da una irrealizzabile e impopolare proposta di conferire all’OLP di Abu Mazen la governance della striscia, alla riformulazione della vecchia immutata proposta dei due Stati, all’attuale ultima offerta di creare uno stato palestinese smilitarizzato. Ma niente è stato detto per l’individuazione di una formula che consenta di superare le enormi ostilità che sono in atto e che possa condurre ad una progressiva, pur se lontana nel futuro, crescente convivenza pacifica tra i due popoli coinvolti, anche con la soluzione del nodo di Gerusalemme.  

Si sostiene da più parti che Netanyahu se ne deve andare, deve lasciare il timone ad altri. Il che in tempo di guerra è difficilmente realizzabile. Nonostante tutte le sue colpe, anzi proprio per coprirle e per differire nel tempo il suo tramonto politico, Netanyahu ha avuto gioco facile nel riunire attorno a se tutta la nazione formando un governo di unità nazionale. L’impressione comune è che l’attuale sua posizione contraria, sia al cessate il fuoco, sia alle approssimative e sempre mutevoli proposte sul tema dei due stati, sia un tentativo di prendere tempo, prolungando la durata del conflitto che ritarda la sua crisi definitiva.

Tutti sono convinti che il negazionismo di Netanyahu deve essere superato. Ma forse lo si potrà fare solo rendendolo attore (se non protagonista) della soluzione che potrà essere proposta, facendolo così artefice di una sua possibile redenzione politica. Teniamo anche presente che a partire da un cessate il fuoco – e ancor prima di arrivare a una conclusione dei successivi negoziati di pace – si riaprirebbero immediatamente le trattative sulla conclusione ed allargamento degli Accordi di Abramo (per i quali va riconosciuto a Netanyahu il merito geniale di averli concepiti e promossi) che rappresentano l’inizio del superamento – in termini di reciproco riconoscimento e di cooperazione economica – della ultradecennale contrapposizione fra Israele e il mondo arabo.  

Ma esiste una soluzione accettabile sia da Palestinesi che da Israeliani?

Di fronte al progressivo deterioramento subìto dopo il 1990 dalla proposta dei due Stati, alcuni intellettuali palestinesi hanno da anni avanzato la proposta della costituzione di uno stato federale composto da Palestina e Israele, che preveda la coesistenza delle due comunità in un’unica entità politica, garantendo la sicurezza, l’autodeterminazione e la reciproca autonomia. Le enormi difficoltà sottostanti (basti pensare alla questione di Gerusalemme) non sono insuperabili. Certo è che allo stato non si vedono alternative che possano essere negoziate e accettate dalle parti. 

La forma federale si attaglia in modo particolare a quei paesi che sul piano interno, avendo realtà umane da governare non omogenee tra le varie regioni – e come tali necessitino di normative differenziate per regolare la maggior parte dei settori – riconoscono invece che per determinate materie, soprattutto per la proiezione esterna nel rapporto con gli altri stati, è più vantaggioso conferire la gestione dei poteri più rilevanti all’autorità centrale. Questa rappresenta o agisce nel nome di tutti. In uno stato federale i poteri riservati all’autorità centrale si riferiscono in genere alla politica estera, alla difesa e all’economia. Per gli altri settori di gestione della cosa pubblica i relativi poteri sono esercitati dalle autorità locali dei vari Stati federati. 

Israele si oppone oggi alla vecchia ipotesi dei due stati, perché è convinto (e dopo il 7 ottobre non gli si può dar torto) che, una volta costituito, il nuovo stato palestinese continuerebbe a rappresentare una minaccia, addirittura maggiore di quella attuale perché potrebbe meglio tentare di coalizzare altri stati arabi.

Nell’ipotesi dello stato federale questo rischio sarebbe evitato, dato che i poteri centrali (difesa ed esteri in particolare) dovrebbero essere garantiti allo stesso Israele in modo prevalente.

Inevitabile in tal caso un periodo di transizione vigilata da forze internazionali super partes.

L’ipotesi suddetta, nata proprio in campo palestinese, merita di essere dibattuta e rilanciata. Si dovrebbe anche attirare su di essa l’attenzione del nostro Governo che, dopo aver ottenuto l’appoggio morale, che dovrebbe essere scontato, del Vaticano, potrebbe farsene portatore in sede europea. Si potrebbe così arrivare ad una proposta unitaria di Bruxelles. Se così fosse, noi Italiani potremmo attribuirci il merito di aver avviato un rilancio del protagonismo di una nuova Europa come insostituibile interlocutore con Stati Uniti e Cina a livello internazionale. 

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