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Come Gigi Riva è divenuto il cuore della Sardegna

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La scorsa è stata una delle settimane più dure che ogni sardo abbia mai affrontato in vita sua. Una notizia, arrivata un lunedì sera che era sembrato fino a quel momento totalmente innocuo, ha ribaltato lo stato d’animo di un popolo intero. Gigi Riva non c’è più. No, deve essere uno scherzo di pessimo gusto: uno di quei coccodrilli, come si dice nel gergo giornalistico, pubblicato per sbaglio. Invece le chiamate e la corsa al Brotzu, ospedale in cui era ricoverato, non fanno che confermare il tutto. Luigi Riva è andato via davvero.

Non c’è una persona che non abbia versato almeno una lacrima, era come se si fosse perso un parente, magari alla lontana, ma pur sempre un parente. Quello che vedi di rado, ma su cui sai di poter contare sempre, perché in fondo è lì che ti aspetta. Una sensazione strana, indescrivibile ma che dal canto suo serve invece a chiarire quanto fosse importante la figura di Riva per i sardi.

Il ricordo più semplice e felice non può che essere quello dello scudetto: una squadra di fenomeni guidata dall’undici più iconico del calcio italiano che per la prima volta batte lo strapotere del nord. Si festeggiò a Cagliari, si festeggiò a Napoli e persino a Palermo. Era stato l’emblema del riscatto sociale non solo di una regione, sempre reputata piuttosto periferica tranne nel momento in cui vi era il bisogno di drenarne le risorse; era stato il riscatto dell’intero sud. Il calcio, che piaccia o meno, resta ‘la cosa più importante delle cose meno importanti’ e quel pallone inseguito da 22 giocatori può far scaldare gli animi più di una riforma politica o amministrativa.

Ma Riva non fu un eroe solo per quello scudetto. Riva era l’emblema di chi aveva sconfitto i preconcetti sulla Sardegna e sardo lo era diventato da grande. Da un invio punitivo, come lo chiamò lui nel momento in cui scoprì di essere stato ceduto al Cagliari, all’incontro con quella che poi sarebbe stata casa sua fino alla fine dei suoi giorni. Aveva preso i determinismi che sono stati imposti alla Sardegna e li ha smentiti uno dopo l’altro, immedesimandosi più di tanti altri nella storia della Sardegna stessa.

Dopo il calcio giocato tornò ancora in azione quando il Cagliari era in difficoltà. Lo salvò dai debiti nel 1985, anche se i risultati arrivati poi non furono esaltanti. Eppure, Cagliari di quella memoria ha voluto tenere solo le cose belle. Perché alla fine a Riva si perdonava giustamente tutto. Era divenuto già in vita un mito laico e di un calcio di altri tempi, con il suo essere riservato e di poche parole che aveva contribuito alla costruzione di un velo mistico attorno alla sua persona. E invece non era che il riflesso delle sofferenze subite durante l’infanzia, con la scomparsa prematura dei genitori. A crescerlo fu la sorella Fausta, a cui lui era rimasto legatissimo.

E forse era stata proprio questa sofferenza che gli aveva fatto capire come erano davvero i sardi, un popolo tante volte sballottato tra un regno e l’altro, impotente davanti a certe dinamiche e represso dalle istituzioni. E forse anche la Sardegna nel 1900 non ha avuto un rappresentante migliore di Riva dal punto di vista sociale. In questo stava e starà sempre la sua importanza e il motivo per cui lui resterà sempre il cuore pulsante della Sardegna.

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