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Per i cristiani in Pakistan, difficile avere una vita dignitosa

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Il Pakistan, a stragrande maggioranza mussulmana, è, secondo la classifica redatta lo scorso anno dalla Onlus Open Doors, al settimo posto tra altri cinquanta Stati, dove essere cristiani è sempre più difficile con persecuzioni che assumono forme diverse: dalla pura violenza fisica come nel caso accaduto solo lo scorso agosto quando una moltitudine infuriata nella città di Jaranwala, sempre nel Punjab,
ha assalito alcune chiese in un quartiere a maggioranza cristiana, per una accusa di “blasfemia”, risultata poi infondata, si arriva poi ad altre forme come il boicottaggio o
l’esclusione dalla vita sociale.
Le due storie che riportiamo di seguito, non sono di certo di quelle che apriranno le prime pagine dei giornali o riempiranno i dibattiti nei tanti talk show, anzi sono due storie minime, quasi insignificanti, specialmente nell’attuale caos mondiale,
ma, a mio avviso, dovrebbe riguardare tutti coloro che hanno a cuore almeno il rispetto dei diritti umani a qualsiasi partito, nazione o fede essi appartengano.
La prima storia è quella dei spazzini di Faisalabad, seconda città della provincia del Punjab orientale al confine con l’India.
Essere cristiano da queste parti significa essere estromesso dalla vita civile, poter svolgere attività di prestigio o semplicemente una vita dignitosa, per loro ci sono solo i lavori considerati umili e disonorevoli come essere spazzino, uno dei pochi lavori a cui possono accedere, tanto che su 4.600 lavoratori, i più disperati economicamente, ben 3.500 sono i cristiani.
Questo lavoro è ovviamente tutt’altro che degradante, specialmente in una società civile attenta alla pulizia e alla salute nelle città e proprio Faisalabad, con i suoi 6 milioni di abitanti, dovrebbe porre una particolare attenzione a questo lavoro, ma così non è.
A rendere la vita lavorativa difficile c’è, tra l’altro, la mancata fornitura di attrezzi
adeguati e ancora meno per la sicurezza, lasciando i lavoratori in condizioni di lavoro
talmente malsane che spesso questi si ammalano anche gravemente.
Se questo è già grave in qualsiasi città civile, altrettanto ingiusto è ritardare volutamente il già magro stipendio proprio durante Natale e Pasqua, in modo da non poter festeggiare adeguatamente queste ricorrenze cristiane.
Per questi lavoratori le due feste sono molto importanti perché sono gli unici giorni che, oltre per la loro sacralità, è l’occasione per fare un poco di festa insieme alle loro famiglie e alla loro comunità e pur di non far mancare nulla ai propri cari, specialmente ai bambini, sono costretti a indebitarsi e così all’arrivo della sospirata retribuzione quei soldi basteranno solo per ripagare i debiti in modo che non riescano mai ad avere un minimo di tranquillità economica. Un’altra storia di miseria e di degrado è, ancora nel Punjab in una città vicina a Faisalabad, Pansara.
Tuttora, da quelle parti esiste quello che possiamo definire una forma di coercizione, di asservimento o meglio di vera schiavitù di famiglie, assai spesso cristiane, che hanno contratto debiti con proprietari di fabbriche di mattoni, attività primaria nella zona, i quali costringono i componenti delle famiglie, spesso anche i bambini, a lavorare in condizioni a dir poco insostenibili. Sembra di leggere un romanzo di Dickens sulla condizione proletaria della Londra del XIX secolo.

A questo punto, come un vero angelo, entra in scena padre Emmanuel Parvez, parroco della chiesa locale di san Giovanni Apostolo.

Con l’aiuto economico di tante persone di buona volontà, riesce spesso a saldare i loro debiti e fare tornare questi cristiani persone libere. Da una intervista a padre Parvez dalla rivista Bussola domani abbiamo una toccante testimonianza «Le famiglie che hanno riacquistato la loro libertà – dice il sacerdote – sono tra le più devote, fino alla commozione interiore. Queste persone, le più povere, le più vulnerabili, indigenti e senza alcuna istruzione, apprezzano e comprendono nel profondo l’esperienza di Dio come liberatore, come compagno di vita, come Colui che non ci abbandona mai» e pur tra mille difficoltà queste persone riescono a trovare nella fede e nella partecipazione alla vita sacramentale, la dignità e la speranza per un futuro migliore almeno per i loro figli. Ho raccontato due storie certamente marginali, ma se inserite nelle quotidiane discriminazioni che deve affrontare chi testimonia la propria fede, specialmente se cristiano, allora diventa preoccupante di una situazione dove la libertà di professare la propria religione è ancora un lusso in certi Paesi.

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