Politica

Salis, Zaki e lo stile Meloni

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Il caso Salis andrebbe letto e trattato con il massimo del sale in zucca e con poca emotività, una ricetta non facile ma necessaria. Il Governo rischia di ricevere plausi o di perdere consensi a seconda delle iniziative intraprese o di quelle che invece non giudica opportune porre in essere. 

Sull’altro fronte l’opposizione è pronta a censure e condanne di ogni tipo. Prima della politica, l’obiettivo che non va perso di vista è una donna detenuta in condizioni di massimo rigore, con profili di violazione del rispetto dei diritti umani in un carcere straniero. 

L’ultimo atto, a cui ne faranno seguito altri, sono le parole di delusione del padre della Salis dopo l’incontro con Nordio e Taiani che hanno rappresentato come non sia possibile interferire nella amministrazione della giustizia in un paese straniero. 

Questa posizione è del tutto ovvia: anche l’Italia non accetterebbe interferenze a casa sua, sarebbe un inammissibile incrocio o conflitto di competenze per mano di altri. 

Ilaria Salis è una testa calda e si è resa protagonista di altre iniziative di proteste raccogliendo non poche segnalazioni e denunce, una insegnante di storia non proprio da libro Cuore. Qualcuno direbbe che è una di quelle che “se le va a cercare”. Salvini, al solito, su questo non si è trattenuto dal dire la sua. Va detto che la Salis ha un suo credo e per quello coerentemente si spende senza risparmiarsi, giusto o sbagliato che sia. 

È accusata di aver colpito in una manifestazione due attivisti di “destra” con dei manganelli, con l’aggravante di aver agito come parte di una associazione a delinquere tedesca, l’Hammmerband. Ha rinunciato al patteggiamento di 11 anni di pena rischiandone oggi oltre 20. Non le manca il carattere.

Ora appare una sproporzione tra un paio di eventuali manganellate rifilate in una manifestazione e la pena prevista che, se ne fosse responsabile, ne deriverebbe. Ma non è questo il punto che interessa.

Si sta discutendo della possibilità di arresti domiciliari in Italia o nella ambasciata del nostro paese ma sembra che anche per questo non ci sia spazio. Il Consiglio europeo ha intanto sottolineato in una sua recentissima seduta che ogni persona oggetto delle attenzioni della giustizia ha diritto ad un trattamento che in sostanza faccia a meno di ceppi ai piedi e manette ai polsi.

Fin qui i fatti e ciò che si sa. 

La lezione di Patrick Zaki non deve essere dimenticata. Per liberare al tempo l’orgoglioso difensore dei diritti umani, così si è definito, il Governo Meloni esercitò tutte le pressioni possibili in diplomazia per arrivare ad un felice risultato. Al buon esito il nostro Zaki rifiutò di tornare in Italia con un volo di Stato temendo di compromettere la sua immagine con quella del governo Meloni. 

Devo essere indipendente e trasparente e non prendere le parti di nessun partito” avrebbe detto, confondendo grossolanamente l’istituzione di un Governo in carica con quello di una parte politica. 

Quindi, subito dopo la liberazione, una orticaria alle passarelle di Stato. Non la stessa orticaria, appena prima l’uscita dal carcere, verso quel Governo che si è spolmonato per tirarlo fuori dalla reclusione in Egitto.

Gli fu concessa la grazia ma non certo per aver intenerito i giudici delle Piramidi. 

Fulminante la battuta di Crosetto che commentò come lo Stato avrebbe risparmiato i costi del viaggio. Esemplare lezione di stile della Meloni che dichiarò come ciascuno è libero di fare come crede. Non un fiato di rimprovero per quel distinguo immotivato che ha il sapore della maleducazione o della ingratitudine.

L’impressione è che sul caso Salis ci si avvii per sentieri simili o forse peggiori. Qui un padre, che fino a pochi giorni prima aveva invitato tutti i media ad abbassare i toni, ha di colpo cambiato strategia, criticando il Governo per una sua eccessiva delicatezza verso un paese straniero verso il quale non ci si può attenere altro che al rispetto della sua giurisdizione.

Quel che si dice” è una pregevole canzone di Aznavour che richiama in un contesto diverso quel che si dice o non si dice esplicitamente, un gioco di allusioni e di non detto che hanno un loro peso come fossero esplicitate.

L’Italia proprio con il caso Zaki ha dimostrato di saperci fare e di sapersi muovere come si deve per venire a capo della situazione. Ci sono strumenti, azioni e iniziative che non conoscono la cronaca dei giornali ma si muovono, in silenzio, nel necessario sottobosco della politica e della diplomazia. Anche questa volta è il caso di nutrire fiducia senza alzare inutili polveroni che non giovano alla causa.

Non ne verrà fuori alcun particolare ringraziamento, oltre quello formale, che Zaki espresse verso il Governo, quasi obtorto collo, almeno a giudicare dalle modalità poi scelte per il suo rientro in Italia. Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a tutto questo è abituata.


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