Politica

Salvini, la Sardegna e un ponte per il futuro

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Tempo di elezioni in Sardegna. Non sono mancate, come sempre, le polemiche sulle candidature, gli screzi tra i partiti, la difficoltà di sbranarsi in privato e apparire una sol cosa in pubblico, insomma tutto l’inventario tipico di queste situazioni.

Tra i quattro candidati che plausibilmente hanno maggiori possibilità di successo contiamo Alessandra Todde per il centro sinistra e Paolo Trozzu per il centro destra. Nel complesso 25 liste ad accaparrarsi voti in ogni angolo dell’isola, il solito vizio di coniare sigle giusto per l’occasione. 

A Todde manca giusto una decisiva consonante per poter vantare di poter guidare la Sardegna dall’alto della tolda di una nave, con la visione che è richiesta in certe circostanze. 

Per Trozzu le cose stanno leggermente peggio. Nel linguaggio corrente, almeno dalle parti di Roma, “trozzo” non è solo un pezzo di legno ma indica anche una persona un po’ rozza, simile ma non coincidente invece ai “truzzi”, quelli che appartengono al mondo, non proprio nobile dei tatuati, adornati di piercing, capelli a cresta e così via dicendo.

Le elezioni non sono questione di nomi. Lo sa bene Salvini che non manca occasione di tuonare sulla stampa ad ogni refolo di vento. 

Da una parte, il suo salve quotidiano augura buona salute a tutti, dall’altra rimarca il suo pensiero non lasciandosi mai sfuggire una occasione per dire la sua. Sembra essere contagiato da una smania di commento. 

Del resto, quest’ultimo ha radice nel senso di una invenzione, di una trovata, quindi di una immaginazione che, in mancanza di altro, attragga l’attenzione di una platea. 

Sul caso Navalny, anche con le sue ragioni, ha detto che occorrerà attendere la pronuncia di medici e magistrati in merito alle cause che ne hanno portato la morte. Così mettendo le cose, passerebbero in secondo piano le responsabilità politiche di una reclusione di un oppositore del regime putiniano.

Quindi cambia improvvisamente campo. Legittimamente, nel pieno della sua responsabilità di governo, si è impegnato per la realizzazione del ponte di Messina, un’opera che, se andasse in porto, ricondurrà per sempre il suo nome di Ministro alla storia d’Italia. 

Inevitabilmente se l’è presa con le recenti inchieste della magistratura e contro la Sinistra per le contestazioni mosse per mancanza di trasparenza degli atti progettuali. Salvini non è mai in vacanza e non fa mai un “ponte” di riposo. Quell’opera non sarà provvisoria, non sarà una misura ponte per qualcos’altro. 

Tanto meno sarà una “protesi ponte” da mettere in bocca al governo di cui fa parte perché possa masticare miglior politica in attesa di soluzioni definitive. Deve lasciare un segno della sua Lega nell’attuale contesto e per il futuro. 

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando a Pontida si rivendicava l’indipendenza delle terre del nord; è giunto forse il tempo di tagliare i ponti con un certo passato infischiandosene del commento di Bossi che ha criticato lo schiacciamento a destra della creatura a cui ha dato vita.

Salvini è uno che getta sempre e comunque un ponte sul futuro: da Conte a Meloni, l’importante è stare in qualche stanza dei bottoni. Sembra non abbia altre alternative per restare per anni ancora in sella. 

È caduta l’ipotesi del terzo mandato per i Presidenti di Regione, non un punto nel programma di governo della coalizione.

Confida comunque di non avere effettivi competitori interni alla sua leadership. Zaia e compagni appaiono tutti concentrati alla cura del loro territorio, non uno strappo che lasci intendere qualcos’altro. 

Il nostro Matteo, va ammesso, sembra costretto al suo ruolo, mancando vere alternative al suo eventuale avvicendamento.

Così stando i fatti, Salvini gioca a tutto campo, in ogni ruolo e su ogni tema. “La droga è merda e chi si droga è un coglione” è la sua recente valutazione per quelli che incappano in certe avventure. Come in matematica, quando si mette mano alle espressioni, si procede con risolute semplificazioni della questione e si taglia corto con le psicologie e il connesso armamentario di astruse riflessioni sul tema. 

Salvini muove su tutte le piazze, spiazzando costantemente il pensiero di quelli che presuntuosamente rivendicano di avere, per tradizione e formazione culturale, più sale in zucca. È un formidabile piazzista del suo partito e delle sue idee.

La Meloni lo lascia fare, non sembra preoccupata del suo Ministro agitato presenzialista su ogni questione. Forse crede che Salvini tutto sommato spari a salve e non sia pericoloso per la tenuta della compagine governativa. 

Rastrella un elettorato dal quale lei si vuole affrancare e le offre il destro di giocare da “moderata” conquistando uno spazio sconosciuto alla Destra di un tempo. Il suo atteggiamento di comprensione verso Putin gli garantisce un bacino di voti di quelli che sono contro le letture ufficiali della storia. 

Alla fine, Salvini non ha sfondato nel Bel Paese. Il suo fortino è rimasto il Nord nella sacra terra padana, dove il Po la fa da padrone, per quanto di questi tempi è spesso in secca.

“La Lega ci slega” era il timore di chi un tempo paventava un attentato contro l’unità d’Italia. Occorre a Salvini una lega speciale che cementi le simpatie verso il suo partito e per non ridurre l’attuale percentuale di consensi, anzi per incrementarli. Proverà forse a legare la Meloni in qualche modo imbavagliandone l’azione per attenuare gli applausi che le sono rivolti. 

La lega è anche una unità di misura di una distanza. Quella che ancora manca per la sopravvivenza o per il definitivo successo del suo partito.

Parafrasando il frame del grande Mario Brega, a proposito di Lega e idealità, Salvini potrebbe urlare “Io non sono leghista così, io so’ leghista così!”

Per adesso, la parola alla Sardegna.

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