Cultura

Angolature noir: intervento di Valerio Calzolaio

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Bologna, 4 febbraio
Stati generali del genere
Intervento (a braccio) di Valerio Calzolaio, qui sommariamente ironicamente steso 

Mi rammarico, sono costernato, devo denunciare un complotto (di genere). Da tre settimane in testa alle classifiche di vendita dei libri in Italia vi è un Giallo Mondadori con venature noir, ambientato qui a Bologna nel 2018 (e, badate bene, anche nel 1977). Non pensate per cortesia che sia una coincidenza di coincidenze, noi antichi regolari lettori di genere sappiamo che tendono a non esistere. Qualcuno da qualche parte, dopo il successo fertile nel 2023 degli Stati generali dell’immaginazione, deve aver pensato mesi fa di condizionare lo svolgimento adesso degli Stati generali del genere. Il bravissimo scrittore in testa alle attuali classifiche non è mai vissuto a Bologna, scrive da oltre un decennio notevoli romanzi di genere in esclusiva per tutt’altra importante casa editrice, non ha mai vinto ancora il giallo noir Premio Scerbanenco (per ragioni su cui oggi non indagheremo), ha creato un personaggio seriale fra i più amati da lettrici e lettori ovunque in Italia (che ovviamente qui non compare), è corresponsabile di una delle relative serie televisive più vendute dalla Rai fuori dai confini nazionali (nonostante le canne). Il romanzo in testa alle classifiche risulta un ottimo Giallo e un sorprendente Noir, “giocando” in particolare con il senso del finale nei romanzi, soprattutto nei gialli classici. Il Whodunit ci è reso noto solo nelle ultimissime pagine e ci fa compagnia nelle ultime righe, sapienti: una fine lieta? Noir? Parzialmente aperta o ignota o indicibile? Oppure solo un pezzo di una matrioska russa, come la vita? L’intreccio è nel lettore del narratore. Probabilmente è stato ordito un complotto. Non può essere un caso, teniamone conto nelle riflessioni odierne.

Ringrazio i cari Carlotto e Fogli per essersi fatti carico con garbo e sensibilità di un’esigenza diffusa: chiacchierare di libri in tanti, fra meticci addetti ai lavori, senza presentare libri. Massimo e Patrick sono entrambi vincitori del Premio Scerbanenco, forse un primus inter pares nei poveri premi alla letteratura di genere, nel 2002 e nel 2018. Probabilmente Carlotto non ha vinto con il suo romanzo più bello (come anche Carofiglio), probabilmente Fogli invece sì (come anche De Cataldo), vale per ogni premio probabilmente, la valutazione è una comparazione annuale e, in teoria, non prende in considerazione le carriere. La storia della denominazione italiana dei premi di genere (come pure delle decine di festival annuali) meriterebbe un lungo approfondimento, mi limito qui a un cenno: un tempo il riconoscimento riguardava in linea di massima “il miglior giallo italiano” (separatamente edito o inedito), da oltre venti anni per i romanzi pubblicati si premiano i “noir”; il sacrosanto riferimento a Scerbanenco mantiene ovviamente aperta la discussione sul nome del genere nel nostro paese; l’individuazione e la consegna avvengono comunque all’interno di un multimediale Festival Noir. Di fatto da noi giallo e noir tendono a essere da tempo sinonimi, un cappello letterario (che altrove viene riassunto come crime).

Complotti… Giurie… Manteniamo senso della misura e pensiero ironico. E proviamo a cambiare prospettiva. Mantenendo accorti tutti i sensi e i valori, privilegiamo l’immaginazione ironica e critica rispetto alle classificazioni. Le narrazioni sia della finzione sia della realtà, attraverso la scrittura, hanno sempre comunicato ai lettori una pluralità di conoscenze ed emozioni, per esempio quelle delle dinamiche violente e oppressive di alcuni sapiens verso altri, quell’ambiguità noir fra Bene e Male, che appare un altro elemento costitutivo di ogni individuo della nostra specie morale (una delle tante specie che vivono in contesti naturali a-morali). Classificare la letteratura attraverso i generi letterari è un’opzione molto più discutibile e recente, qualche secolo forse. E non cambia la sostanza: i generi sono materia vaga e “generica”, indubbiamente utile quando si hanno a disposizione innumerevoli soggetti e oggetti letterari; talvolta prescelti da chi scrive, talvolta da chi legge, talvolta da chi li vende o presenta; comunque, spesso con una certa prevalenza della dimensione editoriale commerciale, di una comparazione storicamente determinata o della fissazione personale.

Per capirci meglio (?), ridate un’occhiata proprio al genere Homo: noi sapiens siamo rimasti da circa quaranta mila anni l’unica solitaria specie del genere, un genere che pure ha contato negli ultimi milioni di anni quasi una ventina di altre specie umane, collocate un po’ ovunque sul pianeta, anche in ecosistemi isolati. E solo un’esigua minoranza degli oltre otto miliardi di concittadini sono abituali lettori di libri, si sopravvive e ci si riproduce anche senza. Ovunque, si rileva che il nostro genere è comunque mediamente il più letto, soprattutto da lettrici (donne che leggono quasi tutti i tipi di romanzi più degli uomini). La concorrenza quantitativa del successo del crime riguarda il “rosa”.  Eppure, forse, sono proprie idee del “genere” che andrebbero rimesse in discussione, proponendo una diversa angolatura di visione. Alcuni di noi che prediligiamo narrazioni crime, giallo, noir siamo convinti che il vero genere è la narrativa (non poetica in versi) di finzione (con mille sottogeneri): la distinzione di fondo è fra saggi e romanzi, poi molto diventa aleatorio e fluttuante. Forse non ci sono romanzi generalisti e romanzi di genere, romanzi convenzionalmente mainstream e romanzi di genere, ci sono romanzi lunghi e brevi, scritti da donne e da uomini, nella nostra lingua o tradotti, belli o brutti (a seconda pure di scelte, gusti, occasioni e casi) che trattano argomenti (narrati come finzione letteraria) che ci interessano più o meno in quella fase della vita di lettori. Comunque, non possiamo leggere tutto di tutti di ogni epoca, nemmeno tutti i gialli noir crime, si tratta di scegliere cosa quel giorno mese anno ci intrattiene di più e ci scuote di più rispetto alla nostra identità, sia individuale che sociale.

Cerchiamo di educarci ed educare a leggere con cognizione di causa, sempre riflettendo sul piacere che ne deriva. Meglio sapere prima, dedicandoci pur sempre poco tempo, “sottogeneri” argomenti stili contesti, qualcosa che c’è sia prima che dopo il leggere quel preciso libro. Serve certamente una maggiore “educazione” alla lettura, utile anche alla scrittura per gli altri, intesi come pubblico indistinto. Evviva gli stati generali dell’immaginazione, forme di resistenza civile, ascolto scambio ripensamenti. Evviva quelle librerie che filtrano suggeriscono indirizzano, senza piegarsi solo alla monetizzazione di collocazioni o spazi o scaffali: un conto è la singola copia del libro di una piccola casa editrice che arriva talora dalla distribuzione (anch’essa molto poco oggettiva), un conto sono le centinaia di copie del romanzo di un grande editore, lanciato da paginone e comparse ovunque. Evviva i siti e i blog (come Mangialibri, oppure Contorni di Noir fra quelli di genere) che mettono quanto più possibile nello stesso schema informativo: luoghi e date, le prime pagine della trama, connessioni culturali e letterarie del romanzo e dell’autore, limitando al minimo stroncature polemiche ed enfasi poetiche. Evviva i festival e i premi che non si limitano alle presentazioni clamorose, mettono in circolo autori meno conosciuti, consentono una chiacchierata collettiva più personale (incontri eccentrici e stravaganti, queer come questo), rispettano le pause e i silenzi, stimolano scrittori e scrittrici a discutere fra di loro e non solo delle loro opere, inseriscono retrospettive culturali e tematiche.

Serve forse una conseguente rieducazione alla scrittura, un controllo dello stesso scrittore sulle proprie quantità e qualità, sulla propria serialità e visionarietà, sulla inevitabile abitudine fiction e sulla frequente sovraesposizione mediatica, accettando suggerimenti non solo legati al mercato, sottoponendosi ad ascolti forzati, prestando più attenzione alle scienze e alle conoscenze scientifiche, non sempre omologandosi a scuole di scrittura (e lettura), selezionando bene cosa e perché narrare. Una complicazione viene certo proprio dal noir. Nel mondo da oltre un secolo troppi di noi lettori (e di voi scrittori, questo genere fa proprio comodo!) siamo crime-addicted: vi sono ragioni sociologiche, culturali e psicologiche di vario tipo, alcune proprie dell’era “violenta” del capitalismo bellico-industriale e delle conseguenti dinamiche sociali e di mercato. La recente (qualche decennio) crescente enorme pervasività del cappello letterario “noir” rende difficile valorizzare uno dei positivi sconquassi provocati a suo tempo dallo specifico movimento noir nel crime e nel policier e nel giallo: far emergere gli intrecci criminali nella gestione dei poteri pubblici e privati di una determinata comunità umana e di un determinato assetto sociale. Il tutto è indatabile e incollocabile con precisione: per buttare là due esempi minori, diciamo dagli anni Settanta in Francia e dagli Ottanta e Novanta in Italia, diciamo le varie professioni e competenze e origini e derivazioni dell’esperienza del gruppo dei 13 qui a Bologna. Poi, certo, sono sempre contati i protagonisti appropriati, lo stile, i sapori, le atmosfere, l’irresolutezza del finale e l’incertezza della giustizia; tuttavia la spinta propulsiva di una lunga fase del noir, probabilmente irripetibile, era la denuncia motivata del criminale stato di alcune delle cose presenti, perturbare e non rassicurare (detto in modo sommario e schematico).

Se noi non vogliamo riprodurre semplicemente e soltanto il sistema economico-sociale nel quale siamo nati e cresciuti (e che in discreta parte preesisteva da generazioni e che in larga parte governa il mondo dell’editoria) occorrono atti individuali e collettivi di resistenza e sperimentazione, nella scrittura, nella lettura e anche nel vario resto dei comportamenti della propria esistenza. Continuiamo a stare in un contesto di guerre e violenze, indigniamoci e ribelliamoci per cortesia. E dedichiamo spazio e tempo alla critica delle nostre azioni: come ciascuno può opprimere, sopraffare, patriarcare, il meno possibile quanti meno altri possibile; come andare oltre il contingente opportunismo biologico, relazionale e contestuale, in favore di democrazia attiva e diritti eguali. Convivo con il disturbo cognitivo e psichico, ormai ho pochi tempo e ragione da dedicare a militanze comunitarie. Tuttavia, se ragioniamo insieme sul genere, sui generi, sull’alta febbre del fare e sulla passione consumistica per i libri che attanaglia alcuni di noi, beh, allora, si alzi forte il nostro lamento, scherziamoci anche un poco sopra! Prendiamoci genericamente in giro. 

Noi moltissimi lettori siamo e tanti professionisti sono “parassiti” della scrittura di scrittori, pur se le scritture non sono mai “pure”, le dipendenze sono sempre reciproche. Non tutti i predatori sono da condannare assumendo solo il punto di vista delle prede, non tutti i parassiti solo in base al punto di vista dei laboriosi. Certo, bisogna approfondire bene dinamiche ed effetti. Come per le relazioni fra le specie biologiche anche gli umani si combinano con associazioni sia parassitarie o gerarchiche, sia simbiotiche o complementari; vi sono catene alimentari fra specie, qualcuna fa da sé, qualcuna si nutre di qualche altra, qualcuna solo di qualcuna che non fa da sé, qualcuna infine decompone rifiuti e carcasse; non abbiamo inventato noi i livelli trofici, la predazione e lo sfruttamento di energie accumulate da altre specie; e non dobbiamo dimenticare che le gerarchie biologiche e ambientali sono sempre transitorie e mutevoli; la classifica non riflette una competizione generale e non è mai eterna. La bibliomalattia, con varie bibliossessioni e bibliomanie (più o meno giovanili, letterariamente descritte da almeno due secoli), è abbastanza contigua alla biblioterapia (per altre malattie): un po’ di misura e umiltà, autocontrollo, ironia e autoironia non fanno mai male.

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