Attualità

L’Arabia Saudita, rinnovata e mediatrice

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di Carlo Saccone

Ho trascorso quasi sei anni della mia vita in Arabia Saudita.

Sono arrivato a Riyadh il 5 gennaio del 1991, salendo sull’ultimo volo della Saudi Airline prima della chiusura degli spazi aerei, che avvenne a causa dell’imminente prima guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein (la famosa “desert storm”).

Venivo da Madrid e il cambio di vita fu davvero repentino e radicale, tale da creare un inaspettato coinvolgimento con quel mondo che era, dalla maggior parte di noi, poco conosciuto ed anche temuto.

L’ambientamento non fu semplice ma allo stesso tempo neanche troppo lungo.

Il fascino di quei luoghi, il frequente canto del Muezzin, le donne velate, il mistero del deserto, la magia dei Suk, furono tutti fattori determinanti verso una sensazione di pace interiore, del tutto avulsa dal nostro stile di vita occidentale.

Certo vivere in un Paese fondamentalista non è agevole, soprattutto perché non siamo abituati al rispetto di certi riti religiosi che cadenzano le giornate e ne condizionano i comportamenti ma anche perché ci risulta impossibile accettare l’atrocità delle pene comminate a coloro che trasgrediscono le regole imposte dalle Autorità religiose.

L’Arabia Saudita di oggi ha, però, portato avanti enormi cambiamenti rispetto a 30 anni fa.

Ora, ad esempio, le donne possono guidare la macchina, un turista straniero può visitare il Paese e non ci sono restrizioni alle trasmissioni televisive occidentali trasmesse via satellite.

Sembrano cose ovvie ma fino a poco tempo fa non erano permesse.

La strada è lunga ma il desiderio di cambiamento appare evidente.

Esiste di fatto un’apertura verso il mondo occidentale che l’attuale Re Mohammed bin Salman sta effettuando ormai da vari anni e i risultati sono davanti agli occhi di tutti.

Basti pensare all’evento del Riyadh Season, con il coinvolgimento di migliaia di artisti ed atleti provenienti da tutto il mondo, alla ormai costante emigrazione di molti fenomeni del calcio europeo, attratti da remunerazioni per noi improponibili e alla conquista della Expo 2030.

Inoltre, la firma del “Patto di Abramo” stipulato nel 2020 tra Israele ed Emirati Arabi e “benedetto” dagli USA dell’allora Presidente Trump, negli auspici di chi lo aveva ideato, avrebbe dovuto coinvolgere anche un nutrito gruppo di Paesi arabi tra cui la stessa Arabia Saudita.

Il recente conflitto israelo-palestinese ha, però, determinato un evidente passo indietro e ci vorrà tempo per sanare i contrasti che ne sono derivati ma qui entra in gioco, come vedremo più avanti, la strategia del nuovo corso saudita.

La speranza è che si giunga al più presto a un cessate il fuoco e che le parti, attraverso l’indispensabile aiuto della Comunità internazionale, possano sedersi intorno a un tavolo e scrivere nuove regole per una pacifica coesistenza che garantisca, oltre alla sicurezza e alla pace, anche la dignità di tutti i popoli coinvolti.

Come ha ribadito Papa Francesco la guerra è una sconfitta per tutti ed è indispensabile che si arrivi ad una soluzione definitiva attraverso la creazione di due Stati in cui i due popoli possano vivere in pace tra loro.

L’auspicio è che la rinnovata Arabia Saudita svolga un ruolo determinante verso questo essenziale risultato e per farlo dovrà fornire ancora più evidenti segnali di avvicinamento verso il mondo occidentale, sia attraverso riforme interne che vadano verso l’abolizione della pena capitale, l’eliminazione delle torture e il rispetto dei diritti umani, sia per mezzo di validi accordi di collaborazione con l’Unione Europea in materia di energia fossile e rinnovabile.

Quello che, al momento, risulta evidente è che il coinvolgimento dell’Iran nel conflitto tra Israeliani e Palestinesi può davvero far scatenare una guerra totale in Medio Oriente.

L’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo ne sono consapevoli e per questa ragione, i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) da un lato hanno programmato una politica di difesa dei confini nazionali dal rischio di un’escalation incontrollata, ma allo stesso tempo non intendono schierarsi nello scontro tra Teheran e Tel Aviv.

L’Arabia Saudita ha smentito di aver contribuito ad abbattere parte dei missili e dei droni che l’Iran ha lanciato contro il territorio di Israele pur condividendo informazioni di intelligence e di sorveglianza radar con gli Stati Uniti al fine di consentire la difesa di Israele e gli USA, infatti, avrebbero intercettato parte dei missili e dei droni iraniani operando dalle basi in Arabia Saudita e in Giordania.

È, però, prematuro affermare che esista già una coalizione difensiva di matrice sunnita pronta a difendere Israele dall’Iran e dai suoi alleati.

Nel momento più delicato della crisi tra Iran e Israele, l’Arabia Saudita si sta, infatti, comportando come gli altri Paesi che hanno firmato gli Accordi di Abramo nel 2020 (Emirati Arabi e Bahrein), ovvero attraverso appelli alla moderazione a entrambe le parti e con l’ammonimento sui rischi di una crisi incontrollata in Medio Oriente.

La strategia di Riyadh rimane la stessa e, nonostante mesi di guerra israeliana a Gaza, permane la ricerca di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Israele.

L’Arabia Saudita, però, dopo la ripresa delle relazioni diplomatiche avvenuta nel marzo del 2023, continua a mantenere un dialogo anche con l’Iran, nonostante l’attacco di Hamas a Israele e la crisi della navigazione nel Mar Rosso, aperta dagli Houthi yemeniti, sovvenzionati e addestrati dall’Iran.

Proprio questo dialogo permette all’Arabia Saudita di tentare di limitare lo scontro tra Iran e Israele.

L’Arabia Saudita teme, infatti, anche possibili ritorsioni dirette dell’Iran che potrebbero pregiudicare i suoi progetti di diversificazione economica rispetto al petrolio e di determinare la stabilità futura dell’area.

Questi progetti necessitano di investimenti dall’estero e da qui nasce l’esigenza di avere un Medio Oriente attrattivo in quanto sicuro.

Inoltre, l’Arabia Saudita considera l’Expo 2030 uno strumento di miglioramento sostanziale dei rapporti nel Medio Oriente in quanto l’aspettativa è quella di generare incentivi economici di cooperazione, potenzialmente anche con Teheran.

Di conseguenza la strategia dell’Arabia Saudita sarà quella di continuare in un progetto di difesa dei confini e, al contempo, di azione diplomatica per una stabilità regionale.

Per tale ragione il ruolo di mediazione e di leadership regionale, che l’Arabia Saudita intende assumere, rappresenta l’obiettivo primario di Riyadh che intende farsi carico degli sforzi necessari per giungere a un processo di pace, a cominciare dal conflitto tra Israele e Palestina, e di conseguenza tra Israele ed Iran.

Da qui discende la volontà dell’Arabia Saudita di non schierarsi apertamente nel conflitto tra Iran e Israele e la prospettiva di un eventuale successo nell’imbastire una mediazione che scongiuri il punto di non ritorno in Medio Oriente, rappresenterebbe un grande risultato per la strategia saudita e per il suo riconoscimento a livello internazionale.

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