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EUROPA, DIRITTI E UN CORO MUTO SOTTO LA CENERE

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Il voto e l’astensione

“Sono italiano anche se ormai preferisco considerarmi europeo”, questa una battuta di Marcello Mastroianni nel delizioso film “Cin Cin” che vede il nostro Marcello internazionale insieme alla splendida Julie Andrews. La scena si svolge a Parigi e ne seguirà una storia d’amore. 

La stessa che arduamente dovrebbe forse nascere tra la Giorgia nazionale e il gruppo di ispirazione socialista per sostenere al comando dell’Europa un rappresentante del PPE. Staremo a vedere. 

Per adesso metà Italia non è andata a votare e solo la Schlein ha finto di lamentarsene mentre gli altri hanno avuto il pudore di tacere. Non un fiato in tal senso.  Ne hanno cinicamente risparmiato per convincere solo una gamba del paese che non è corsa al seggio per esprimere il proprio voto. Il popolo dei disertori dalle urne è in attesa di un cambiamento, ma senza uno straccio di compattezza su come destinarsi. 

Del resto l’Italia, almeno figurativamente, è uno stivale e non altro, uno Stato monco dalla nascita a fronte di un adeguato progredire.

Gli astenuti sono quelli che vorrebbero tirare un mal rovescio alla politica d’oggi per l’oltraggio che viene perpetuato ai propri diritti.

È una estenuante partita di tennis in attesa che l’uno o l’altro inciampi nella rete dell’avversario.

C’è in Italia come in Europa, fame di politica e di leaders capaci di una faccenda non da poco. Non sono sufficienti solo formule di governo o di slogan da raccatto elettorale. C’è un coro muto che chiede udienza, simile a quello dei minatori che nella Fanciulla del West di Puccini mugolano non potendo, per adesso, spiegare la voce come vorrebbero. Si chiede, tutto sommato, di fare una cosa da poco. Rimettere ad esempio l’economia nei suoi ranghi, restituire alla politica la sua primazia rimettendosi nella sua manica la finanza, facendo fuori la manica di manigoldi che guardano alle persone come oggetti, roba da sfruttare, servi di un mercato che ne condiziona ogni respiro e ogni passo. 

Ci sarebbe da tirar fuori un asso dalla manica e ricominciare a guardare al sacro rispetto delle persone e ai loro diritti inviolabili. 

La questione è complessa perché ogni persona si muove all’interno di una comunità e con essa deve avere a che fare in un sistema di armonie senza dissonanze. Una esecuzione che richiede un impegno costante e che è ancora più difficoltosa se, a sua volta, manca una comunità con cui interfacciarsi.

Quella d’Europa, è una comunità che ha, sin dall’origine, la stessa zoppia italiana. Nasce come accordo di traffici economici e da questo imprinting non si è mai emancipata. 

Nelle pagine di presentazione di un bel saggio a firma di Vincenzo Paglia – Conversazioni con Domenico Quirico – a titolo “Sperare dentro un mondo a pezzi” si legge come “lo scatenamento tecnico-industriale ha guidato i passi dell’umanità verso il primato assoluto del profitto. Ma il cosiddetto “antropocene” rischia di diventare anche “ thanatocene” ossia la distruzione del pianeta … L’invenzione dell’individuo, inteso come soggetto autonomo da altri, è stata una rivoluzione culturale decisiva per quella che chiamiamo modernità. Ma con la fine del capitalismo industriale, con il crollo delle istituzioni sociali, dalla famiglia alla scuola, dalla città ai sistemi di protezione e di controllo sociale, dall’impresa alla stessa politica, si è perso il loro equilibrio e posto in discussione l’impostazione della stessa società, sino al rischio della dissoluzione. Una globalizzazione, senza uno spirito unitivo, sta frantumando il mondo.”

Nel libro sono anche citate le parole di Guterres, Segretario generale dell’ONU: “Un mondo multipolare ha bisogno di istituzioni multilaterali forti ed efficaci. Eppure la governance gobale è bloccata … Il mondo è cambiato. Le nostre istituzioni no. Non possono affrontare efficacemente i problemi così come sono se le istituzioni non riflettono il mondo com’è. Invece di risolvere i problemi, rischiano di diventare parte del problema. La sfida? “Riforma o rottura” sentenzia Guterres.

Qualche scienziato della comunicazione deve aver spiegato al Giuseppi nazionale che usare frequentemente come intercalare la parola “attenzione” produce chissà quale suggestione nell’ascoltatore, così portandolo fatalmente dalla propria parte.

La Politica faccia attenzione perché la Rottura è in agguato e, a meno che non si inverta la tendenza, farà sentire la propria voce uscendo dal mutismo a cui per adesso si è consegnata.

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