Attualità

MANCA L’ACQUA

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di Nicola Silvestri

Sui dissalatori l’Italia va al passo, mentre altri paesi galoppano. L’acqua, già poca oggi, diverrà sempre più rara e preziosa in futuro. E l’Italia registra già ora preoccupanti processi di desertificazione di parti consistenti del suo territorio. Pur avendo, considerate le sue dimensioni, caratteristiche orografiche e costiere che le dovrebbero imporre di essere anch’essa un leader mondiale nella dissalazione, l’Italia figura invece tra i paesi che meno di tutti producono acqua dal mare che la circonda. 

Poco tempo fa, nel presentare delle idee per promuovere un rilancio del nostro Paese, noi di “Italiani”, presentando la nostra proposta sui Piccoli Comuni, abbiamo trattato vari punti riguardanti energia, agricoltura, recupero immobili, servizi, rimboschimento, nonché accennato agli impianti di dissalazione, nella speranza di sensibilizzare chi è chiamato a prendere decisioni al riguardo. Quest’ultimo argomento è spesso posto in secondo piano ragion per cui ritorniamo sul tema aggiungendo qualche dato in più, ricordando l’enorme crisi di siccità che a causa del cambiamento climatico investe il mondo e il nostro Paese.

L’Italia a lungo termine potrebbe perdere circa il 40 per cento delle proprie risorse idriche. Una perdita che al sud Italia potrebbe raggiungere percentuali molto più alte. Sicché, assodata la tristemente nota crisi della rete idrica del Paese afflitta da dispersioni che oscillano fra il 40-50 per cento dell’acqua trasportata, gli elevati costi di risanamento stimati globalmente in circa 40 miliardi di euro, nonché i lunghi tempi di realizzazione, ci si è chiesto perché non dotare il Paese di impianti di desalinizzazione, per uso sia civico che agricolo. Nella speranza di una maggiore sensibilizzazione in questa direzione, diamo qualche dato generale per mettere a confronto quanto fatto in altri Paesi e quanto in Italia, i costi e lo sviluppo agricolo e industriale conseguenti.

Gli impianti che si propongono sono presenti in vari Paesi per un totale di 16 mila unità, di cui circa la metà si trova in Medio Oriente, e, oltre il 60 per cento nel Golfo Persico in Kuwait, Qatar e Arabia Saudita.

L’impianto più grande si trova a Dubai e produce 600 mila metri cubi al giorno (al costo di 50 centesimi di euro al metro cubo). In Medio Oriente Israele dispone di 5 impianti (a uso civico e agricolo), che già sembrano soddisfare oltre il 50 per cento del fabbisogno nazionale, e, secondo esperti, tale valore potrebbe raggiungere il 70 per cento. In Europa il primato è della Spagna con il 68 per cento degli impianti (726 in funzione), seguita dall’Italia con il 9 per cento, Cipro con l’8 per cento, Malta con il 5 per cento e la Grecia con il 3 per cento.

Il 9 per cento dell’Italia risale al 2005 ed è dato da piccoli impianti ubicati in alcune isole della Sicilia, della Sardegna, della Toscana e del Lazio, dove è giustificato dal fatto che la produzione in loco è più conveniente del costo del mero trasporto via navi cisterna (2-3 euro al metro cubo contro 13-14 euro).

Va segnalato che il costo di un impianto medio oscilla tra i 200-300 milioni di euro. Se in Italia se ne costruissero una decina si spenderebbero circa 2-3 miliardi di euro, con tempi di realizzazione di 2-3 anni al massimo. Il costo di un piccolo impianto è di circa 15 milioni di euro con una capacità produttiva tale da irrigare 500 ettari.

Alla luce di quanto sopra, potrebbe prendersi in considerazione il ricorso al PNRR per dotare l’Italia di alcuni di questi impianti, i quali sarebbero funzionali non solo allo sviluppo delle forniture idriche e dell’agricoltura, ma anche allo sviluppo industriale (condotte, cemento, acciaio, …), e, naturalmente, alla creazione di nuovi posti di lavoro.

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