Esteri

OLTRE I CONFINI

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di Gianfranco Caprioli

“Festina lente”, cioè “affrettati lentamente”, è il detto attribuito all’imperatore Augusto, che con il 2024 sembra aver perso ogni fascino.

È arrivato il momento delle decisioni. Le richiede l’orizzonte striato da cupe incertezze: escalation è il termine che dalla minaccia sembra diventare concreto. Cinquantanove guerre nel mondo e un impressionante numero di morti civili non riescono a commuovere né a spingere le potenze mondiali a sedersi attorno a un tavolo per fermare le stragi e aprire un dialogo.

Coloro che hanno tanto denigrato la globalizzazione, pur bisognosa di aggiustamenti, hanno motivo di riflessione, visti i confronti in atto.

Le stesse teorie evolutive più recenti sembrano contraddette dal prepotente ritorno alla darwiniana legge del più forte. La cooperazione in luogo della competizione non fa più presa sul cosiddetto Homo Sapiens, smarrito fra prospettive oscure e minacciose. Dubbi sorgono anche sulla teoria della resilienza e ancor più su quella più recente della supremazia della capacità di aggregazione, della cooperazione rispetto alla forza.

Ad accrescere l’incertezza, quest’anno sono previste 50 tornate elettorali (l’ultima si è appena conclusa con l’elezione del Parlamento Europeo) e riguarda oltre quattro miliardi di elettori (riporta la stampa). Avevamo cominciato con Taiwan il 13 gennaio, e, a seguire, Bangladesh, Russia, Cina, India, il Messico, Regno Unito, Stati Uniti ecc. 

Le società risultano polarizzate, con posizioni radicalizzate, che si esprimono in contrapposizioni, nell’auspicio di decisioni rapide, anche in presenza di problemi complessi, con un’ottica di breve periodo, mentre molte criticità sono zavorrate da ritardi pluriennali e implicano quindi progetti dello stesso lungo arco temporale.

Il nuovo Parlamento Europeo dovrà affrontare temi cruciali: ripresa economica, flussi migratori, politiche energetiche, stabilità finanziaria, sicurezza, dissesto idrogeologico.

L’ordine saggiamente costituito nel dopoguerra, che – da non dimenticare mai – ci ha permesso oltre settanta anni di pace, dimostra di essere ora inadeguato a gestire gli attuali conflitti.

I timori del futuro non sono attenuati dalla vorticosa evoluzione tecnologica (vedi intelligenza artificiale generativa), che con la sua rivoluzionaria capacità suscita tante paure quante speranze.

La stampa denuncia l’inadeguatezza dei vertici mondiali, spesso espressi da autocrati.

Ma l’Europa?

In realtà l’Europa formula le proprie decisioni (regolamenti, direttive) dopo lunghe discussioni fra 27 Paesi. Senza crogiolarsi in una visione eurocentrica, l’Europa resta un riferimento democratico, culla della civiltà, del diritto, dell’arte. Sì, spesso balbetta, stretta fra le morse dei veti, dei vincoli derivanti dalle reticenze degli Stati a cedere porzioni di sovranità all’Unione, unico organismo in grado di confrontarsi con le altre potenze mondiali. A condizione che faccia un salto di qualità verso una forma confederale. Il recente confronto europeo assume conseguentemente un rilievo che travalica il mero rinnovamento del parlamento. Lo scenario si presenta come un mare in tempesta, agitato da correnti contrapposte, da venti di origini opposte. Una tempesta che richiederebbe un nocchiero esperto, un politico tecnico. 

L’Italia avrebbe oggi la grande opportunità di candidare a Presidente della Commissione UE Mario Draghi, che gli ultimi sondaggi danno al 49 per cento contro il 47 di Ursula von der Leyen. Non si tratta di sostenere il salvatore, il mito, ma un uomo che per studi, esperienze in rapporti internazionali e per capacità personali può rivestire efficacemente tale ruolo.

Gli studi di politica economica con il professor Caffè e le delicate cariche nazionali e internazionali, pubbliche e private, fanno del professore-manager Draghi un unicum, che può coagulare un ampio consenso a livello europeo e mondiale. Quindi, non l’uomo forte, ma l’uomo saggio, non a caso già incaricato di sviluppare un progetto di rilancio della UE. Una personalità in grado di consolidare e sviluppare la crescita economica e politica dell’Europa, di conseguenza dei Paesi democratici dei quali deve essere il faro. Solo un’Europa confederata, quindi liberata da ricattatori voti all’unanimità, può sedersi alla pari con le altre potenze mondiali.

Draghi ha dimostrato di saper riprendere, con gli opportuni adeguamenti, il manifesto di Ventotene, la visione politica dei Trattati di Roma, Maastricht, della BCE. L’Italia non dovrebbe perdere una tale opportunità per contrapposizioni interne, per interessi di parte. È in gioco il futuro dell’Italia e dell’Europa, ancora più estesa. Speriamo prevalga il buonsenso.

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