Religioni

SALVARE IL LIBANO

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di Carlo R. Saccone

Era l’estate del 1993, insieme alla mia famiglia presi un aereo da Riyadh (dove prestavo servizio presso la nostra Ambasciata) a Beirut.

Il mio caro amico Sami Bou Sader, imprenditore ed esponente di una tradizionale famiglia cristiana maronita, che si era trasferita in Arabia Saudita durante la guerra civile libanese, terminata nel 1990, ci aveva invitato a visitare la sua Beirut. Arrivati all’aeroporto venimmo accolti dal viso sorridente di Sami che ci stava aspettando insieme al fratello maggiore Samir e alla loro guardia del corpo/autista.

Ci sedemmo nella loro Mercedes nera, la guardia del corpo appoggiò la sua pistola sul cruscotto e ci avviammo verso il quartiere cristiano di Jisr El Bacha, luogo della loro residenza. Lasciato l’aeroporto l’autista percorse il tragitto passando nel quartiere di Burj El Barajneh, nella periferia sud di Beirut, che è il più grande campo di profughi palestinesi del Libano. Di fronte c’è il quartiere di Haret Hreik, dove è nato Hezbollah, il c.d. “partito di Dio” che minaccia Israele.

Eravamo appena entrati nel quartiere dei palestinesi quando udimmo degli spari ripetuti. In un primo momento i nostri sguardi si incrociarono preoccupati, poi Sami ci rassicurò; si trattava dei mortaretti sparati da alcuni ragazzi.

Superato quel primo momento di tensione, trascorremmo una bellissima vacanza in un Paese meraviglioso, una natura coinvolgente con scorci incredibili sulla costa che si possono apprezzare dalle vicinissime montagne. E poi la vivacità della gente, le loro antiche tradizioni fenicie, la grande cultura, la conoscenza e l’uso contemporaneo di tre lingue (arabo, inglese e francese), il cibo macrobiotico mediterraneo, la musica araba, il desiderio di uscire e divertirsi sempre, a dispetto di tutto, fanno dei libanesi un popolo unico al mondo.

Uno dei loro problemi sta soprattutto nella difficoltà di far coesistere ben 18 diverse religioni, molte delle quali cristiane, ma che comprendono anche le tre maggiori musulmane e quella misteriosa dei drusi.

Ma il colpo più grave per la loro stabilità è stato determinato dall’ingresso in massa nel loro territorio, a partire dal 1948 dopo la creazione dello Stato di Israele, dei profughi palestinesi. Inizialmente l’accoglimento della popolazione palestinese nel Sud del Libano non causò gravi problemi e il Paese continuò ad essere quella “Svizzera del Medio Oriente” tanto cara anche a uomini d’affari provenienti da tutto il mondo, soprattutto negli anni 50’ e 60’. Poi la situazione mutò e i conflitti interni aumentarono fino a giungere alla guerra civile, avvenuta tra il 1975 e il 1990, che ha lacerato il Libano causando solchi insuperabili.

Ma i libanesi sono comunque riusciti a mantenere nel tempo uno standard di educazione scolare e sanità molto elevato e il loro tenore di vita si era stabilizzato su livelli discreti.

Dopo l’esperienza di quel viaggio, sono rimasto sempre affascinato da quella nazione e da quel popolo e ho continuato a visitarla varie volte nel corso degli anni e, infine, nel 2014 sono stato anche assegnato a prestare servizio presso la nostra Ambasciata a Beirut.

Per me era come lavorare a casa. Il momento, però, non era tra i migliori, considerando la guerra in Siria e la preoccupante azione terroristica dell’Isis, ma il mio coinvolgimento emotivo era ormai totale e i loro problemi erano diventati i miei problemi.

Terminai la mia missione in Libano nel 2017. Ci sono poi ritornato nel 2023 per improntare un progetto di Cooperazione e, purtroppo, ho dovuto constatare una situazione sempre più deteriorata con un tracollo economico senza precedenti, un’inflazione che ha raggiunto livelli insostenibili e addirittura l’assenza di illuminazione pubblica.

Nel 2017 il rapporto di cambio tra Dollaro USA e Lira libanese era 1 a 1.504. Oggi il cambio ha raggiunto una variazione negativa del 5.853 % arrivando a circa 90.000 lire per 1 dollaro USA. È il tracollo totale dell’economia libanese.

Tra le amicizie che ho coltivato in quel Paese c’è quella della web designer e giornalista Hiba Kilany che ora vive in Italia. Recentemente ha visitato il Libano e abbiamo avuto una lunga conversazione sulla situazione attuale. Si è trattato del suo primo viaggio di ritorno a Beirut dopo 4 lunghi anni di astinenza durante i quali c’è stato il fallimento delle banche, l’esplosione di Beirut, il crollo economico della lira, l’attesa di un nuovo presidente e il lockdown per COVID 19.

E cosa ha trovato Hiba?

Pacchi di lire senza valore che bisogna portarsi appresso per pagare un cioccolato o una gomma da masticare, un deprezzamento che ha trasformato i rotoli di carta igienica in un oggetto più costoso del valore della Lira stampata.

Mi ha detto che ha provato la sensazione di non sentirsi più a casa sua.

Ha aggiunto che i libanesi erano dei perfezionisti, orientati ai dettagli, come energiche api impegnate. Quelli che, invece, si vedono in giro oggi sono degli zombie che camminano, preoccupati solo di far trascorrere i giorni.

I libanesi erano delle persone resilienti che nulla poteva distruggere: non una guerra di 20 lunghi anni, non la povertà, non la fame, non essere bombardati più e più volte da una varietà di nemici, a sinistra e a destra del loro territorio. Trovavano gioia nel cercare soluzioni, ora a malapena esistono, ai margini delle cose, sul marciapiede della vita.

La causa di tutto questo? Il cambiamento demografico nel suo Paese.

Il Libano era l’unica “terra cristiana” in Medio Oriente: si vestivano in modo colorato, elegante e discreto, le donne camminavano con la testa alta, gli occhi allineati, le labbra rosse, i capelli biondi e le unghie curate e passeggiavano tranquille e sicure lungo la Manara Corniche. Oggi, tutto quello che si vede sono stormi di teste coperte di nero, lunghi burka, labbra e fianchi nascosti. Beirut ha perso la sua dimensione “europea” e al giorno d’oggi, mentre si cammina attraverso i centri commerciali, ci si sente come teletrasportati in qualche paese arabo dove le donne devono attenuare la loro femminilità per il bene della supremazia ormonale maschile.

Questo non è più il Libano.

Con i profughi palestinesi da un lato e quelli siriani dall’altro, la vera popolazione libanese non si vede più neanche per la strada. Esiste oggi una massiccia popolazione che vive in condizioni disumane a ridosso della valle della Beqa’, si tratta di oltre un milione di siriani sfollati, dislocati in campi e tende. Non hanno un posto dove eliminare i loro escrementi e questo ha infestato la valle.

Dove prima l’agricoltura libanese prosperava ora si trova solo un bacino di sterco; dove la gente era solita fare passeggiate per una boccata d’aria pura, ora si percepisce un irrespirabile odore di sporcizia. Tra un paio d’anni, questa popolazione “straniera” che vive in Libano triplicherà.

L’UNHCR ha registrato gli alti tassi di natalità dei siriani, 40.000 bambini siriani sono nati in Libano nel 2016 e da allora non sono stati registrati più “dati ufficiali”.

Hiba non è razzista, lei ha a cuore le povere creature che vivono in condizioni così spregevoli, ma occorre intervenire.

Le numerose ONG che inondano questi rifugiati con aiuti, denaro e altro, non dovrebbero distribuire anche metodi contraccettivi?

Hiba non ha nulla contro i siriani in Siria, ma a difficoltà a sopportare la massiccia invasione dei siriani in Libano.

E lo stesso vale anche per i Palestinesi. Ognuno dovrebbe avere il suo mondo, ognuno il suo posto, e quando si superano le popolazioni originali per numeri, per leggi e per implementazioni innaturali, questo diventa un’invasione, una minaccia. Dalle parole di Hiba si percepisce tutta la frustrazione e la tristezza nel vedere il proprio Paese abbandonato a un destino crudele che non merita.

Il mondo deve intervenire. In questo contesto ritengo si debba inserire anche lo sviluppo del Patto di Abramo. La stabilizzazione dell’area del Medio Oriente non dipende solo da un accordo tra Paesi Arabi e Israele, occorre a mio avviso avere una visione più ampia e regionale. Occorre mettere in atto misure che riguardino la salvaguardia di tutti gli Stati coinvolti.

L’impressione dall’esterno è che il mondo occidentale consideri ormai il Libano una causa persa, un Paese in mano agli Hezbollah e quindi alla Siria e all’Iran; e di conseguenza lo lasci al suo destino. Ciò è molto grave in quanto da un lato si tratta di difendere un popolo, una civiltà a noi affine, e dall’altro di mantenere una posizione strategica nell’area.

L’Arabia Saudita vuole assumere il ruolo di mediatrice tra Israele e Iran per cercare quella stabilità che possa garantire un futuro di pace e prosperità nell’area. In questo progetto deve essere assolutamente inserito il Libano.

In che modo?

Ebbene, all’interno del Paese dei cedri esistono tre realtà ben distinte: la popolazione cristiana, quella sciita e quella sunnita. Gli equilibri tra le forze in campo si stanno sgretolando. Al fine di evitare un’altra guerra civile occorrerebbe creare una Confederazione sullo stile di quella svizzera. Tre entità distinte, con rispettive giurisdizioni territoriali e una Presidenza unica assunta a turno. Solo in questo modo si potrebbe garantire un futuro a questo Paese, già sufficientemente martoriato e permettere alla Comunità cristiana di mantenere un ruolo fondamentale negli equilibri della Regione.

Non c’è più molto tempo per evitare la catastrofe.

Salviamo il Libano.

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